Latino mangereccio

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Ieri, alla terza ora, avevo latino nella mia prima linguistico; il programma prevede una lezione di ripasso in vista della verifica della settimana prossima. Ancora prima di entrare in classe, mi viene incontro una ragazzina chiedendomi di poter andare in bagno a riempire la bottiglietta d’acqua, dato che nelle due ore precedenti hanno avuto educazione fisica. Mi preparo dunque all’idea di avere di fronte a me una classe a corto di ossigeno e in calo di zuccheri.

Entro dunque in classe e avvio il ripasso, elencando gli argomenti presenti nella verifica e soffermandomi su quelli riguardo cui gli alunni trovano più dubbi. A un certo punto una ragazzina mi chiede di poter mangiare. Mezz’ora dopo avrebbero avuto ricreazione, e le chiedo di attendere. Mai l’avessi fatto: coro di proteste. C’è chi mi dice che ha fame ogni mezz’ora (mangiano dunque più spesso adesso di quando sono nati. Cosa peraltro non del tutto incredibile: mi è capitato ancora di avere alunni che in gita, oltre a mangiare il pranzo al sacco, si prendono ancora un paio di panini e un gelato al bar indagando anche sul sacchetto che si porta dietro il docente per vedere se riesce ad avere un po’ del contenuto), chi invece dice di non riuscire a mangiare appena alzato (questi dunque saltano la colazione e poi stramazzano alle 9 perché non ne hanno più anche quando non fanno educazione fisica), chi semplicemente poggia la testa sul banco per mostrare al mondo la propria sofferenza.

Io in ogni caso non posso farli mangiare in classe durante la lezione. La ricreazione è tra poco e aspetteranno. Il ripasso deve proseguire. Tra mille proteste chiedo ancora quale tra gli argomenti è per loro il più ostico, e mi rispondono che sono le leggi dell’accento, anche perché ci metterò un paio di esercizi a riguardo.

Inizia la spiegazione debitamente corredata di schema: “Allora. Le leggi dell’accento latino sono tre: il trisillabismo, ossia il fatto che l’accento non possa trovarsi più indietro della terzultima sillaba; la baritonesi, ossia che l’ultima sillaba non può mai essere accentata a parte alcune eccezioni; la penultima: se la penultima sillaba è lunga, porta l’accento, se invece è breve, l’accento va sulla terzultima”.

“Ma come facciamo noi a capire nell’esercizio se la sillaba è lunga o breve?”.

“Ve lo segno io direttamente sulla parola! Questo segno qui ˉ indica la sillaba lunga, questo qui ˘ indica la breve”.

(Protesta corale) “Ma come facciamo a ricordarcelo? C’è troppa roba da studiare!”.

“Allora facciamo così. La lunga, vedete com’è fatta, è un piatto, la breve è un cestino. Mettiamo che l’accento sia una pizza. La pizza nel piatto ci sta e nel cestino no. Chiaro?”.

“Chiarissimo!”.

Quando si tira in ballo il cibo capiscono prima.

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Prima declinazione, saluti e nonne

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Lezione di latino, prima linguistico. Alcuni studenti sono molto interessati e motivati, altri lo sono un po’ meno, quindi per catturare l’attenzione di questi e stimolare la curiosità di quelli ogni tanto ricorro anche all’inserimento nella spiegazione di aneddoti e collegamenti linguistici e non solo: la tecnica solitamente ha successo, anche se qualche volta tocca arginare gli interventi degli alunni, che seguono la china dell’associazione libera di idee e si mettono a raccontare i fatti loro.

L’argomento della lezione sono le particolarità della prima declinazione, viste en passant e soltanto in funzione di un loro eventuale rinvenimento nei testi che i ragazzi incontreranno in questi due anni. Al momento di spiegare il motivo della presenza della desinenza –abus, scrivo sulla lavagna alcune coppie di termini come filius/filia, deus/dea, servus/serva. Alcuni alunni che hanno studiato tedesco alle medie, a questo punto, mi fanno notare che conoscono già “servus” come forma di saluto utilizzata, appunto, in ambito germanofono. Spiego dunque che la somiglianza non è casuale, e deriva appunto dal termine latino utilizzato come termine di cortesia col senso di “servo vostro”, e aggiungo che il saluto italiano “ciao” ha un’origine del tutto simile, provenendo dal veneziano “s-ciao”, ossia “schiavo”.

Vedendo l’interesse per l’ambito dialettale, proseguo in tal modo: “Qualcuno di voi che abbia una nonna veneta (specificazione necessaria, essendo più d’uno gli studenti di origine non veneta o straniera, in tutto o in parte) le ha mai sentito dirvi “s-ciao”, nel senso di “non fa niente, non importa” quando, ad esempio, avete fatto qualcosa di sbagliato ma non grave?”. Molti studenti rispondono di sì; una ragazzina irrequieta invece mi fa: “Mia nonna non mi dice mica così; lo sa invece cosa mi dice?”. “Cosa ti dice?”. “CIÀVETE!”.

Quando si dice l’aprosdoketon.

(Nota esplicativa: “ciàvete” corrisponde letteralmente a “fottiti”, e viene sì utilizzato per mandare qualcuno a quel paese, ma con meno intensità di altre espressioni, quali ad esempio quelle che contengono riferimenti all’organo femminile della madre dell’interlocutore, nel quale gli si augura di fare ritorno ponendo fine alla sua presenza nel mondo. L’espressione utilizzata dalla nonna della mia alunna, dunque, ne denota il carattere ruspante e il rapporto magari un po’ brusco con una nipote piuttosto vivace, piuttosto che la rozzezza. Sempre che la mia alunna avesse capito bene cosa intendevo.)

Catullo e Ipsitilla in versione veneta

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A volte mi viene voglia di mettermi immeritatamente sulla scia di Dino Durante traduttore di Marziale e di provare anch’io a tradurre in veneto qualche branetto latino. Mi trastullo con l’idea che forse Catullo, che stasera è la mia vittima con un carme da fine fascia protetta, non avrebbe del tutto disdegnato questo tentativo di versione, anche se lui era veronese e io sono vicentina. Ovviamente si accettano suggerimenti di qualsiasi tipo: è sempre bello poter migliorare il proprio lavoro (anche se fatto per scherzo: mi piace citare Alberto Sordi che diceva “quanno se scherza bisogna esse seri”).

Amabo, mea dulcis Ipsitilla,
meae deliciae, mei lepores,
iube ad te veniam meridiatum.
Et si iusseris, illud adiuvato,
ne quis liminis obseret tabellam,
neu tibi lubeat foras abire,
sed domi maneas paresque nobis
novem continuas fututiones.
Verum si quid ages, statim iubeto:
nam pransus iaceo et satur supinus
pertundo tunicamque palliumque.

Par piassere, cara la me Ipsitilla,
amore mio e gioia mia,
fame vegner da ti dopo mezodì.
E se te me fe vegnere, sta ben tenta
che nissuni inciave la porta
e no sta farte vegner voia de ‘ndar fora,
ma resta casa e pareciame
nove ciavade una drio l’altra.
Ma, se te voi far così, fame vegner suito:
son qua butà dopo magnà, coa pansa in su, pien come un oco
che sbuso le braghe e le mudande.

(L’immagine è una scena erotica proveniente dalla casa di Lucio Cecilio Giocondo a Pompei, conservata nel Gabinetto segreto del Museo Archeologico di Napoli.)

(Peraltro, il contatore mi dice che questo è il centesimo post: evviva!)

Perle nere

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Come ben si sa, uno dei compiti più duri dell’insegnante di italiano è insegnare agli alunni a scrivere in modo corretto, facendo sì che superino gli automatismi espressivi tipici del parlato. Studiare semplicemente la grammatica ovviamente serve a poco, dal momento che le regole vengono imparate solamente per la verifica, senza alcun legame con la produzione del testo, che a mio avviso dovrebbe invece essere potenziata con appositi esercizi mirati (ogni tanto ci provo anche, sia in classe sia in verifica: alla richiesta di comporre una frase che contenga, ad esempio, un complemento predicativo del soggetto, la stragrande maggioranza degli alunni va completamente in crisi e non sa nemmeno da che parte iniziare); non è difficile, infatti, trovare studenti che se la cavano molto bene nelle verifiche di grammatica ma che, quando si tratta di scrivere, si esprimono in modo decisamente approssimativo. Nemmeno segnare gli errori nei temi e dare la relativa correzione serve granché: l’alunno medio è principalmente interessato a capire perché gli è stato dato un certo voto (qualche volta mettendosi anche a protestare) più che a comprendere perché sbaglia e quindi correggersi per le prossime volte. Dentro da un orecchio, fuori dall’altro. Tanto secondo lui (o lei) si capisce benissimo quello che vuole dire ed è invece il professore che non ci arriva; siamo alla negazione del principio catoniano rem tene, verba sequentur e all’esaltazione del detto popolare “sono responsabile di quello che dico e non di quello che capisci tu”. I vademecum che spiegano gli errori più comuni e danno le correzioni caso per caso (tipo questo) servono relativamente: lo studente medio li guarda, cerca di assimilarli, riconosce che le forme corrette sono più chiare e comprensibili di quelle costruite secondo la sua consuetudine, ma quando è ora di mettersi a scrivere va per inerzia e si esprime come al solito, perché l’abitudine è una brutta bestia dura a morire.

Un annetto e mezzo fa, tuttavia, ho partecipato a un incontro di aggiornamento sul testo argomentativo, dove la docente che lo teneva, oltre a darci alcune dritte utili per curare l’organizzazione dei contenuti e l’uso dei connettivi, ha parlato di un metodo da lei utilizzato per cercare di migliorare la scrittura degli alunni, che mi è parso molto interessante e che ho cercato di utilizzare in seguito. Ecco in che cosa consiste: durante la correzione dei temi, si prende nota delle frasi più scorrette e improbabili, e le si trascrive in un file Word senza indicarne l’autore. Successivamente, al momento della riconsegna dei temi, si proietta il suddetto file Word sulla LIM a tutto schermo e si correggono le frasi insieme ai ragazzi.

Dal momento che questo incontro era avvenuto ad anno scolastico ormai molto avanzato e avevo già fatto svolgere l’ultimo tema praticamente in tutte le mie classi, mi trovavo nella condizione di non poter più utilizzare questo metodo con loro, e mi sono dunque organizzata in altro modo: avevo da parte una serie di temi svolti per casa da alunni di classi che avevo avuto fino ad avente diritto o comunque non fino a fine anno, e che non avevo fatto in tempo a riconsegnare agli studenti; ho selezionato quelli scritti in modo più incerto (eliminando qualsiasi dato anagrafico), li ho fotocopiati e li ho “dati in pasto” alle classi divise a gruppi, chiedendo loro di correggerli, usando anche la penna rossa e mettendo pure il voto, se volevano (ho consegnato loro anche copia della griglia di valutazione). I ragazzi hanno recepito l’attività con entusiasmo, impazienti di “mettersi dall’altra parte” per una volta: girando per i banchi, ho notato anche una certa intransigenza nella correzione degli errori e nell’assegnazione dei voti (segnacci rossi dappertutto, valutazioni bassissime tipo 3 o 4), e le frasi più frequenti che ho sentito erano: “ma come scrive questo?”, “ma non si capisce niente”, “ma davvero questo qui fa le superiori?”. Ho risposto loro che in realtà il livello dei testi che avevano davanti era del tutto simile al loro, e questo esperimento è stato quantomeno utile a mettere gli studenti di fronte alla percezione esterna che si ha delle loro produzioni, nonostante affermino di sapere bene quello che vogliono dire.

L’anno successivo (ossia l’anno scorso), potendomi organizzare con maggiore calma, dopo aver proposto, come l’anno precedente, la correzione di temi altrui (svoltasi anche stavolta con altrettanta cattiveria), ho messo in atto, dopo ogni tema in classe, il metodo suggerito dalla docente durante l’incontro di formazione, ribattezzandolo “metodo delle perle nere”, prendendo ispirazione dalla Barcaccia di Radio3. Ho osservato che i ragazzi attendevano il file delle “perle nere” con impazienza e curiosità, per vedere se “c’erano dentro anche loro”, lungi dal vergognarsi che le loro frasi fossero visibili a tutto schermo con tanto di errori. La fase della correzione, con modifica direttamente sul file Word, è avvenuta con grande collaborazione da parte degli alunni, che riconoscevano la scarsa chiarezza delle frasi (talora con qualche presa in giro bonaria nei confronti degli autori) e proponevano delle alternative corrette; in alcuni casi, l’autore stesso delle frasi prendeva appunti e stava attento per cercare di migliorarsi. In classe si riusciva a correggere soltanto una parte delle frasi, per cui si è provveduto a inviare il file agli alunni per continuare l’attività a casa.

Faccio seguire un esempio concreto, con una “perla nera” di quest’anno e relativa correzione:

Per esempio, mio fratello quando aveva due anni li (anacoluto ed errore ortografico) piacevano tanto le pentole, (qui manca un connettivo) invece di giocare con i suoi giocattoli, si metteva a cucinare, ovviamente per finta, mettendo (dove?) la farina o la pasta e mescolando come se stasse (errore morfologico) facendo da mangiare.” -> Per esempio, a mio fratello, quando aveva due anni, piacevano tanto le pentole che, invece di giocare con i suoi giocattoli, si metteva a cucinare con quelle, ovviamente per finta, mettendoci dentro la pasta e mescolando come se stesse facendo da mangiare.

In conclusione, mi sembra che questo metodo, attuato sistematicamente, e magari anche al di fuori della correzione dei temi (ad esempio, nel contesto della correzione di altri elaborati svolti in classe e a casa), sia quello più efficace per far sì che gli alunni prendano coscienza di eventuali incertezze espressive e si impegnino per porvi in qualche modo rimedio. Per l’anno prossimo penso a un’integrazione delle “perle nere” con l’Appendix Improbi, ossia con l’antologia dei peggiori errori ortografici commessi in quel pacco di compiti; ecco qualche esempio di cosa ci potrebbe essere:

  • VERGOGNA non VERGOGNIA
  • ILIADE non ILLIADE
  • USCIMMO non USCIEMMO
  • A VOLTE non AVVOLTE
  • D’ALTRONDE non DAL TRONDE

…e via castroneggiando.

Le avventure di una firma

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Dopo l’odissea del TFA e il marasma del concorso a cattedre, sapevamo che questo momento prima o poi sarebbe giunto.

Tutto è iniziato un paio di settimane fa, mentre io e la mia amica eravamo in viaggio per Pompei e ci trovavamo su un Frecciarossa, ferme nei dintorni di Firenze a causa di persone sui binari. Il viaggio stesso era stato organizzato tenendo conto della possibilità di tornare a casa in anticipo, se per caso fossimo state convocate, cosa che, fortunatamente, non è accaduta prima della nostra partenza. È stato allora, durante la nostra interminabile sosta nella campagna toscana, che sono usciti i risultati della mobilità, cosa che ci ha poste di fronte al fatto dell’imminenza concreta delle nostre convocazioni. Abbiamo passato il resto del viaggio nel panico, a fare il conto dei posti che avrebbero potuto rimanere ai vincitori di concorso e a considerare l’eventualità di finire lontanissime da casa, dai nostri ometti e dai nostri gatti, facendoci distrarre da scavi e reperti archeologici di giorno e dormendo malissimo di notte. (Io sono persino arrivata a fare degli incubi orrendi, sognando che il mio gatto tornava a casa pestato a sangue, che mio fratello veniva licenziato e che mia nonna era morta e bisognava organizzarle il funerale. Mi sono tranquillizzata solo dopo che l’uomo di casa mi ha mandato una foto del gatto che faceva la nanna pacifico sul divano. Per incubi e nonne morte si rinvia in ogni caso a questa pregevole scena, che ben rappresenta la situazione.) Ma d’altra parte era certamente meglio essere sorprese dalla notizia durante una vacanza che a casa: almeno finché si è in giro si trova il modo di non pensarci e di non farsi del tutto sopraffare dalla paranoia.

Qualche giorno dopo il nostro ritorno a casa, i vari uffici territoriali hanno iniziato a pubblicare i contingenti per le immissioni in ruolo. In attesa dell’ormai imminente convocazione, ho deciso di fare una cheesecake per il semplice fatto di poter sfogare la tensione prendendo a mazzate con il batticarne i biscotti per la base. (Per la cronaca, li ho polverizzati in modo perfetto.) Mentre il dolce si stava consolidando nel freezer, ecco che escono le convocazioni (per martedì 1° agosto) e parte la paranoia a tutta velocità. Nonostante la presenza di qualche posto vicino a casa, sono assalita dal terrore che qualcuno dalle province confinanti lo prenda prima di me, e mi vedo già tutta sola a centinaia di chilometri da casa, magari tra le nevi del Cadore, senza libri, senza uomo e senza gatto.

Dopo qualche notte insonne o, in alternativa, piena di sogni inquietanti, ecco che finalmente arriva il giorno della convocazione. Pervasa da sentimenti apocalittici preventivi e con delle occhiaie allucinanti, raggiungo l’ufficio scolastico territoriale e parcheggio in una stradina nelle vicinanze. Vado al parchimetro e mi accorgo di non avere moneta. Chiedo di cambiare 5 euro a un passante che a sua volta ha appena parcheggiato, il quale gentilmente mi rifornisce di monetine, mi consiglia un altro posto più economico per parcheggiare la prossima volta, mi indica la strada (stavo già partendo a caso per la tangente) e mi augura buona fortuna per il posto.

Arrivo in loco con larghissimo anticipo. È la settimana più calda dell’anno: ancor prima delle 8 del mattino si suda già come fontane. Vengono convocate per prime le graduatorie di greco e latino, e veniamo fatti salire al piano di sopra. Si procede innanzitutto con i convocati per greco: io sono stata convocata solamente per latino e sto relativamente tranquilla.

A sorpresa, mentre sono nell’anticamera, mi chiamano per greco: c’è un posto che è stato rifiutato da tutti quelli convocati prima di me. Corro trafelata e incredula verso l’ufficio. Entro e il personale del provveditorato me lo illustra. Vedendo che è decisamente lontano da casa mia, e sapendo che ho dei posti di latino vicini a casa, e di fronte alla possibilità di essere riconvocata, ma sempre per quel posto, decido di firmare la rinuncia. Senza rimpianti. Una volta che sono uscita, le colleghe che hanno rinunciato prima di me e che hanno visto in Internet il tipo di posto mi rincuorano sulla scelta fatta.

Mentre iniziano le chiamate per latino, crollo su una sedia in corridoio. Gira un foglio su cui via via vengono spuntati i posti scelti dai candidati. L’ambito vicino a casa mia non viene scelto da nessuno e via via mi rassicuro. Nel frattempo, c’è un’afa pazzesca e la gente si abbevera e si sventaglia. Giunta ormai la tarda mattinata, poco prima del mio turno, mi alzo in piedi e mi metto davanti alla porta dell’ufficio. Un’impiegata del provveditorato mi vede e, notando gli effetti del caldo e della tensione sul mio aspetto, mi invita con gran gentilezza ad attendere in un luogo più fresco.

Tocca a me. Rientro in ufficio. Scelgo l’ambito vicino a casa mia: i posti ci sono ancora tutti. Firmo.

Da quel momento il tempo accelera.

La parte odissiaca è finita. Ora inizia quella iliadica.

Prima di considerarmi ufficialmente arruolata, restano due cose da fare: caricare il curriculum su Istanze on line e contattare le scuole dell’ambito che abbiano prodotto il bando per la chiamata diretta dei docenti. Altra burocrazia, dunque. Dopo un meritato pomeriggio di catalessi totale (e un po’ di festa in serata), il giorno dopo la convocazione mi metto all’opera. Solo che non è chiaro niente, a partire dal formato del curriculum da utilizzare. In qualche modo faccio, seguendo il buonsenso, e nel frattempo mi destreggio tra incombenze varie (ospitalità da dare a un amico pure lui convocato nei giorni successivi, macchina dal carrozziere causa grandine, macchina tornata dal carrozziere con il motorino d’avviamento bruciato, et cetera). Mi sfugge solamente l’aspetto dei bandi per la chiamata diretta, giacché nessuno dei due licei presenti nell’ambito ne ha prodotti. L’unica cosa da fare è chiamare le segreterie: la mattina successiva chiamo per prima la scuola dove ho visto che ci sono effettivamente le cattedre (e che, per inciso, è quella dove ho svolto il tirocinio del TFA). La segretaria me ne dà conferma, e alla mia richiesta di informazioni sull’assegnazione dell’incarico dice di saperne meno di me (nel frattempo la conversazione è passata dall’italiano al dialetto, mi pare di parlare con una vicina di casa) e mi invita a chiamare se ho notizie fresche; comunque mi conferma che il bando non c’è (e quindi non sono io miope che non lo vedo), che la chiamata diretta non avverrà e che quindi c’è da attendere l’assegnazione d’ufficio. Quindi non ho nulla a cui rispondere, anche se ho inviato lo stesso il curriculum alla scuola. La telefonata si chiude con un saluto amichevole e con un “ci sentiamo nei prossimi giorni”. Per sicurezza, chiamo anche l’altra scuola dell’ambito, quella dove ho lavorato quest’anno: cattedre lì non ce ne sono, e non c’è nemmeno il bando. La segretaria, che mi ha visto fare avanti e indietro tutto l’anno, mi augura buona fortuna. Dal tono di voce si capisce che sorride.

Pare dunque che io possa andare in vacanza tranquilla (stavolta con l’uomo, poveretto), anche se nel frattempo ho modificato il curriculum 5-6 volte (ho perso il conto) per scrupoli su minuzie.

Intanto, con l’alunno di ripetizioni di ieri (sempre lui anche quest’anno), felice che io non me ne vada in capo al mondo, c’è stata questa conversazione:

Alunno: – Allora insegnerai anche latino?

Io: – Pare proprio di sì.

Alunno: – Già ti vedo in classe a diffondere l’amore per Cicerone!

Caro.

Il giuoco dell’estate

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A un anno dall’ansia per gli orali del concorso, e durante la prima estate in cui chi è stato impegnato in questa corsa a ostacoli è finalmente libero di non studiare (o di studiare ciò che più gli aggrada senza lo spettro incombente di una commissione), posso dire che io e i miei compagni di avventura abbiamo in generale raggiunto un distacco da tutto ciò tale da poterci ormai finalmente ridere su, ma, a causa della leviatanica burocrazia del MIUR (rinnovo graduatorie d’istituto) e dell’INPS (domanda di disoccupazione) e della prospettiva ogni giorno meno vaga di dare finalmente concretezza a tutto ciò con la prospettiva del ruolo, manteniamo un certo nervosismo che comporta la necessità di distrarci.

Ecco dunque che la mia mente malata ha partorito il GIUOCO DELL’ESTATE, ossia “TROVA LA TUA TRACCIA DELL’ORALE”, per rimembrare i tempi ansiogeni che ci siamo lasciati alle spalle (e comunque, per chi non se li è lasciato alle spalle e deve ancora affrontare una selezione, è un buono spunto per qualche esercizio). Le prime tre sezioni sono una alternativa all’altra, nel senso che si deve scegliere l’esame di ita-sto-geo, quello di latino o quello di greco; il resto (caratteristiche della classe e richieste della traccia) va sempre trovato. Ciò che si ottiene alla fine è qualcosa di molto simile a una vera traccia da orale di concorso.

Trovate anche voi la vostra traccia!

GIORNO DI NASCITA – l’argomento di italiano, storia o geografia

  1. Il Paradiso di Dante
  2. Eugenio Montale
  3. La poesia comico-realistica del Trecento
  4. Il feudalesimo
  5. Il paesaggio montano
  6. L’enciclica Rerum novarum
  7. Le guerre persiane
  8. Giuseppe Ungaretti
  9. L’urbanizzazione
  10. Il personaggio della monaca di Monza nei Promessi Sposi
  11. La poetica di Leopardi
  12. Il plurilinguismo dantesco
  13. Francesco Petrarca, “Chiare, fresche e dolci acque”
  14. Giovanni Verga, “Rosso Malpelo” e la poetica dell’impersonalità
  15. Atene e Sparta
  16. Il fonosimbolismo di Giovanni Pascoli
  17. Il trattato di Osimo
  18. Il rapporto Stato-Chiesa nel Medioevo
  19. L’ordinamento morale dell’Inferno di Dante
  20. La rivoluzione russa
  21. Il principato augusteo
  22. I caratteri economici dell’Europa
  23. Gli aggettivi qualificativi
  24. L’incastellamento
  25. I meteci
  26. Il periodo ipotetico
  27. Le fasi della Vita Nuova di Dante
  28. La demografia
  29. La rinascita dell’anno Mille
  30. Umberto Saba, il Canzoniere
  31. La fortuna nel Principe di Machiavelli

INIZIALE DEL NOME – l’argomento di latino

  • A: il congiuntivo indipendente
  • B: le epistole di Cicerone
  • C: Catullo e i poetae novi
  • D: i pronomi personali
  • E: il De bello civili di Cesare
  • F: la figura di Trimalchione nel Satyricon di Petronio
  • G: la terza declinazione
  • H: l’inizio della storiografia: Fabio Pittore e Cincio Alimento
  • I: le proposizioni relative
  • J: Tertulliano, De virginibus velandis
  • K: Sulpicia
  • L: Sallustio, Bellum Catilinae: confronto fra Cesare e Catone
  • M: la perifrastica passiva
  • N: l’elogio di Epicuro nel De rerum natura di Lucrezio
  • O: la pietas di Enea
  • P: i generi letterari durante il principato augusteo
  • Q: il personaggio di Annibale in Tito Livio
  • R: l’humanitas in Seneca
  • S: la figura del servo in Plauto
  • T: le funzioni del participio
  • U: la consecutio temporum del congiuntivo
  • V: il sistema verbale
  • W: il discorso indiretto
  • X: le Confessioni di Agostino
  • Y: elementi del culto isiaco nelle Metamorfosi di Apuleio
  • Z:  il servitium amoris nei poeti elegiaci

INIZIALE DEL COGNOME – l’argomento di greco

  • A: l’esametro dattilico
  • B: il tema dell’ospitalità nei poemi omerici
  • C: il metodo storiografico di Tucidide
  • D: i verbi contratti
  • E: i valori di ἄν
  • F: i metri eolici
  • G: la Repubblica di Platone
  • H: spiriti e accenti
  • I: Archiloco, poeta guerriero
  • J: la battaglia di Salamina in Eschilo e in Erodoto
  • K: i valori di καί
  • L: la questione omerica
  • M: l’ironia tragica nell’Edipo re di Sofocle
  • N: il sistema verbale
  • O: i valori di ὡς
  • P: il tema simposiale in Alceo
  • Q: la figura dello straniero in Euripide
  • R: la lingua di Erodoto
  • S: la Teogonia di Esiodo
  • T: la teoria dell’anaciclosi in Polibio
  • U: la poesia alessandrina tra celebrazione del potere e ricerca stilistica
  • V: il ruolo della donna in Aristofane: Tesmoforiazuse ed Ecclesiazuse
  • W: la nuova Saffo
  • X: posizione attributiva e posizione predicativa
  • Y: congiuntivo e ottativo indipendente
  • Z: razionale e irrazionale nell’Orestea di Eschilo

TESTA O CROCE – l’ordine di scuola (solo per le tracce di italiano, storia e geografia)

  • TESTA: scuola secondaria di primo grado
  • CROCE: scuola secondaria di secondo grado

CIBI MANGIATI IERI A CENA – le particolarità della classe

  • PASTA: uno studente con lieve DSA
  • PIZZA: uno studente con disabilità motoria
  • CARNE: uno studente ipovedente
  • PESCE: uno studente non madrelingua italiana
  • VERDURA: uno studente con BES (non meglio specificato)
  • RISO: uno studente con DSA grave
  • MINESTRA: uno studente con ADHD
  • CINESE: uno studente con DSA e uno con BES (non meglio specificato)
  • GIAPPONESE: uno studente con DSA e uno con disabilità motoria
  • ALTRO: classe articolata in più indirizzi
  • HO SALTATO LA CENA: tutte le precedenti

COLORE DELLE MUTANDE – le richieste della traccia

  • BIANCHE: obiettivi specifici di apprendimento (conoscenze, abilità, competenze)
  • NERE: modalità di recupero in itinere
  • GRIGIE: modalità di potenziamento
  • ROSSE: verifica con griglia di valutazione
  • BLU: attività di apprendimento cooperativo
  • VIOLA: collegamenti interdisciplinari
  • ROSA: riferimenti specifici ai testi utilizzati in classe
  • VERDI: uso delle tecnologie multimediali
  • GIALLE: inserimento della lezione nella programmazione annuale
  • FANTASIA: compito di realtà
  • NON PORTO MUTANDE: tutte le precedenti

Tesine

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Ed eccoci giunti al fatidico periodo dei colloqui orali degli esami di Stato, che, com’è noto, iniziano con l’esposizione della famigerata “tesina”, ovvero di una ricerca condotta intorno a un tema specifico che presenti collegamenti interdisciplinari con diverse materie. Solitamente gli argomenti che trovano spazio nella tesina sono quelli affrontati in classe durante l’anno scolastico, o altri comunque correlati ad essi. Si tratta dunque, tutto sommato, di un ventaglio di possibilità non proprio infinito, ma, a pensarci bene, nemmeno limitatissimo, che può costituire una base utile su cui lavorare. I risultati, mediamente, sono di due tipi.

La prima tipologia di elaborati è quella delle “tesine mainstream“, ossia di quelle che, solitamente, ruotano intorno a macro-temi legati a vario titolo alla storia e alla cultura del Novecento, come ad esempio i totalitarismi, l’inconscio, il rapporto uomo-natura. Esse mediamente si presentano in almeno due-tre esemplari molto simili per ogni classe, ma non è necessariamente detto che la loro esposizione sia ripetitiva o noiosa, perché l’originalità può stare nei collegamenti o nella scelta degli argomenti delle singole materie. Ciò può anche essere utile allo studente stesso nella prosecuzione del colloquio, in quanto il commissario di turno, se nella tesina è presente uno spunto inusuale, può fare al candidato una domanda a partire da un collegamento più ovvio. Esempio proprio di pochi giorni fa: tesina sul sogno (di per sé argomento abbastanza battuto in un liceo delle scienze umane) con collegamento a italiano per mezzo della novella Tu ridi di Pirandello, non presente nella programmazione svolta in classe. Lì ho potuto scegliere se ampliare il discorso su Pirandello o, attraverso Freud (menzionato dalla studentessa), andare a parare su Svevo.

L’altro tipo è quello delle tesine “originali a tutti i costi”, le quali partono da uno spunto apparentemente irrelato alla programmazione del quinto anno, ma che, con voli più o meno pindarici, riescono (forse) a costruire un percorso più o meno coerente. Esempi dagli ultimi anni: ricordo di aver sentito l’esposizione di una tesina che una studentessa aveva dedicato al nonno, parlando della seconda guerra mondiale da lui vissuta, di una poesia a cui era legato, di un argomento scientifico connesso al suo mestiere; era un omaggio molto affettuoso, certo, e non nego di essermi intenerita, ma di fatto il filo conduttore era un po’ deboluccio e non sostanziale. Un altro studente portò un approfondimento sulla tela di ragno, corredato di excursus sulle possibili ricadute nell’ingegneria dei materiali e sulle formule matematiche utilizzate per misurarne le caratteristiche: molto coerente in sé, forse un po’ troppo sbilanciata sulle materie scientifiche, ma un lavoro decisamente valido, e in questo caso sono felice di aver fatto io i voli pindarici per chiedere italiano e latino. Tra le tesine “originali a tutti i costi” annovererei anche quelle monodisciplinari (si osservi che non c’è la precisa indicazione che l’elaborato debba per forza comprendere più discipline): proprio stamattina ne ho sentita una incentrata solamente su storia dell’arte e riguardante Banksy e il linguaggio dei graffiti.

Quanto a me, quella volta, nell’ormai mitologico 2003, scelsi di fare una tesina sul concetto di nulla, un po’ per spirito di contraddizione (dovendo comunque scegliere “qualcosa”), un po’ perché il padre del mio fidanzato del momento era (ed è) spesso in vena di discorsi filosofici: riuscii a inserire Agostino, Nietzsche, Leopardi e non mi ricordo più quale artista contemporaneo (su indicazione della mia insegnante), e poi feci avere una copia della tesina al “suocero” di allora. Tre anni più tardi fu la volta di mia sorella, la quale scelse di portare un percorso su Peter Pan: partenza originale e collegamento con letteratura inglese (l’opera di Barrie in sé), italiano (Pascoli e il fanciullino), psicologia (la sindrome di Peter Pan). In particolare (e qui padelletta di specifici e particolarissimi cavoli miei, ma è un episodio che mi fa piacere ricordare e che mi fa un po’ sorridere a ripensarci), per il materiale di psicologia mi resi personalmente utile, dato che le serviva un libro che si trovava a Padova nella biblioteca dell’Istituto Teologico S. Antonio dottore, e in quel momento ero là per gli ultimi esami della triennale. Avuta la collocazione, mi recai in loco: erano giornate caldissime, coi raggi del sole tipo ferro da stiro, qualche giorno prima mi ero scottata praticamente da capo a piedi in seguito a una giornata in piscina con le coinquiline e giravo in canottiera e gonnellina per permettere alle ustioni di prendere aria. Solo una volta giunta al front office mi accorsi che il personale era di frati appartenenti all’istituto teologico. Imbarazzo unilaterale e momentaneo da parte mia, fraticello gentilissimo e solerte nel procurarmi il libro. Mi misi in sala di consultazione e lo sfogliai, accorgendomi che gran parte dei meccanismi ivi descritti erano quelli che regolavano il comportamento di quel fidanzato di tre anni prima. Con un sorrisetto sotto i baffi feci le fotocopie che servivano e salutai il fraticello. Papà venne a prendersele quella sera stessa, fuggendo dopo neanche dieci minuti per la grande urgenza. Parentesi cavoli miei chiusa.

Oltre agli argomenti, anche la modalità di esposizione della tesina può essere assolutamente varia: un discorso a braccio senza supporto di alcun genere, consultazione di appunti, distribuzione alla commissione di materiale iconografico (finora mi sono portata a casa due stampe di Dalì), distribuzione dell’intero elaborato, uso di mappe concettuali, visione di filmati, presentazione in PowerPoint e, ultima ma da me temutissima, presentazione in Prezi: dopo averne viste due o tre nell’arco di una mattinata, anche il più sano dei commissari inizia ad avere problemi di labirintite pure da seduto. Ciò che conta in qualsiasi caso sono essenzialmente due cose: non sforare con i tempi (che mediamente si aggirano intorno ai 10 minuti) e prevedere già un minimo di possibili collegamenti per le domande disciplinari, in modo tale da non farsi prendere di sorpresa dai commissari. Se ad esempio la tesina è sulla schizofrenia e Dino Campana è in programma di italiano ma non è stato inserito nell’approfondimento, è estremamente consigliato ripassarlo con cura. Si badi anche a creare un effettivo collegamento tra le parti della tesina, evitando passaggi come “di italiano ho finito, adesso parlo di filosofia e porto Nietzsche”.

In ogni caso, pur con tutte le difficoltà che la preparazione della tesina comporta, si tratta, per lo studente, di un momento in cui gli è possibile parlare di una tematica che, per un motivo o per l’altro, gli è cara, dandogli l’opportunità di crearsi un percorso tutto suo. In diversi casi si tratta effettivamente di qualcosa di originale e di interessante anche per la commissione, specialmente per quanto riguarda eventuali collegamenti che escono dal programma scolastico e che per diversi insegnanti possono rappresentare un momento per imparare qualcosa di nuovo: penso, ad esempio, al lavoro su Banksy a cui accennavo prima. Mi spiace un pochino, dunque, che, con la riforma dell’esame di Stato prossima ventura, l’approfondimento personale sia sostituito da una relazione sul percorso di alternanza scuola-lavoro: oltre al fatto che tale relazione verosimilmente sarà riciclabile da tutti gli studenti che avranno svolto una determinata attività, mi sembra proprio che venga tolta agli esaminandi un’occasione per proporre sé stessi, i propri interessi e la propria visione, più o meno critica, di quanto visto in classe durante l’anno.

Uomo, natura e progresso

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Anche quest’anno è giunto il momento degli esami di Stato, e anche stavolta il giorno della prima prova è stato preceduto da una serie di pronostici riguardanti i contenuti delle tracce; sull’onda degli anniversari e dei temi di attualità, si è ipotizzato che nel fatidico plico fossero presenti Pirandello, Gramsci, la rivoluzione russa, l’Unione Europea, il problema del clima, ma anche, perché no, Dario Fo. Alcuni, dopo aver visto il video, diramato dal Miur, in cui Alessandro Borghese invitava gli studenti a consumare molte proteine e carboidrati, a dormire bene la notte e a “ripassare” (e, data la profondità dei concetti, poteva anche consigliare a noi tutti di bere molta acqua e non uscire nelle ore più calde), si sono rafforzati nella convinzione che fra le tracce ci fossero senz’altro argomenti presenti nel programma svolto durante l’anno.

E invece, dopo lo scaricamento e la stampa delle tracce (operazioni svoltesi con particolare difficoltà e molto sudore freddo, giacché Commissione Web, almeno nella scuola dove faccio gli esami, è completamente in palla; qui comunque gli interessati troveranno una riproduzione del plico), costoro hanno dovuto mettersi di fronte al fatto che Borghese invitava a “ripassare” solo per fare un giochetto di parole, dal momento che, mentre lo diceva, saltava qualcosa in padella. Fatto sta che il testo scelto per la tipologia A è una lirica di Giorgio Caproni sul rapporto uomo-natura. Ciò ha gettato tutti gli esaminandi nello sconforto, giacché praticamente nessuno di loro aveva trattato questo autore durante l’anno. Di fatto, non è nemmeno la prima volta che il Ministero propone un autore inconsueto nella traccia dell’analisi del testo: si vedano Magris nel 2013 ed Eco l’anno scorso. Tuttavia Caproni non è affatto “fuori canone”: se si vanno a vedere, ad esempio, le Indicazioni Nazionali dei licei, ci si accorge che, per il programma del quinto anno, egli è espressamente menzionato tra i poeti novecenteschi che è opportuno conoscere (qui il pdf; provate voi stessi a cercare Caproni con ctrl+F); che poi le cose in classe stiano quasi sempre diversamente, è un altro paio di maniche, considerando la possibilità di ritardi vari nello svolgimento della programmazione che si ripercuotono invariabilmente sulla letteratura contemporanea. (Per cercare di porre rimedio a ciò, diventa assolutamente fondamentale, come le Indicazioni stesse raccomandano, anticipare tutta la letteratura anteriore allo Stil Novo al secondo anno.) Il Ministero, comunque, forse prevedendo la scarsa presenza di Caproni tra gli argomenti svolti nelle classi quinte, ha corredato la lirica di alcune informazioni basilari su di lui.

Ad ogni modo, fatte salve queste considerazioni sull’opportunità della scelta dell’autore, osservando la strutturazione della traccia si comprende come in realtà sia possibile svolgerla anche sapendo ben poco dell’autore stesso, della sua opera e del contesto storico-culturale, in quanto gli stessi quesiti di analisi erano in realtà più mirati alla comprensione del testo che all’individuazione delle sue caratteristiche; l’impianto stesso di tali domande mi è parso alquanto banale, dato che partivano con un’affermazione relativa a una tematica della poesia e chiedevano allo studente di individuare in quali versi del testo essa è presente. Considerando anche che la lirica stessa è perfettamente comprensibile nel linguaggio e nel contenuto (e anzi mi chiedo perché, dato che gli studenti hanno a disposizione un dizionario, sia stato ritenuto opportuno inserire in nota le definizioni di “lamantino” e “galagone”), mi è quasi sembrato che il nostro Ministero sottovaluti pesantemente le capacità critiche e analitiche dei nostri maturandi. Una prova di questo tipo mi sembrerebbe quasi troppo facile anche per una verifica di analisi del testo poetico rivolta al secondo anno. Anzi, la prossima volta che mi capita, provo a far fare questa traccia e vedo che succede.

Per quanto riguarda la domanda di interpretazione, essa richiedeva di costruire un percorso sul rapporto uomo-natura a partire dalla lirica analizzata e anche sulla base di altri testi letterari: nel programma di italiano del quinto anno i riferimenti sono abbondantissimi, e in realtà molti studenti scelgono di costruire la loro tesina proprio su questo tema. Poi, se proprio uno avesse voluto farsi un po’ furbo, avrebbe potuto tranquillamente fare uso dei documenti proposti per il saggio breve di ambito artistico-letterario, dal tema “La natura tra minaccia e idillio nell’arte e nella letteratura”, e lì, oltre a sfruttare le conoscenze acquisite con il programma del quinto anno, trovava Leopardi, Pascoli, Montale e Foscolo belli pronti su un piatto d’argento.

Ma la fantasia ministeriale non finisce qui, dal momento che il saggio breve di ambito socio-economico (“Nuove tecnologie e lavoro”) e quello di ambito tecnico-scientifico (“Robotica e futuro tra istruzione, ricerca e mondo del lavoro”) sono praticamente lo stesso tema con un taglio leggermente diverso e una documentazione praticamente intercambiabile, in quanto nel primo un documento presenta riferimenti all’istruzione, e nel secondo un documento fa cenno al rapporto tra tecnologia e posti di lavoro. Il tema del progresso tecnologico è al centro anche della tipologia D, in cui un brano di un articolo di Boncinelli lo mette in rapporto (per non dire in contrapposizione) con il progresso morale; in questo caso la traccia è molto strutturata e richiede al candidato di seguire una scaletta precisa definendo concetti specifici sulla base sia del testo fornito sia delle proprie conoscenze; un’insidia, qui, è data dal fatto che è necessario avere un’idea precisa non solo dei concetti da affrontare, ma anche di dove la traccia stessa vuole condurre (pur facendo precedere un “se vuoi” alla struttura già proposta). Sempre afferente alla tematica del progresso è il tema di carattere storico, incentrato sul boom economico nell’Italia del dopoguerra, corredato di documenti che invitano il candidato a spaziare sia in ambito sociale (con il fenomeno delle migrazioni) sia su argomenti che ricordano quelli già toccati nelle altre tracce (sviluppo economico e mutamento del tenore di vita degli italiani).

Il saggio breve di ambito storico-politico, dal titolo “Disastri e ricostruzione”, si distacca dagli altri per quanto riguarda l’argomento, ma mi pare che la documentazione sia una specie di pot pourri di accenni a fatti nei quali il maturando è invitato a trovare un fil rouge: la distruzione e ricostruzione di Montecassino accostata al terremoto sugli Appennini, l’alluvione di Firenze, un passo del Principe di Machiavelli in cui l’inondazione e la successiva ricostruzione sono prese come metafora del rapporto tra fortuna e virtù. Gli accenni in sé sono validi; è che, per costruire un saggio breve sulla ricostruzione in seguito a danni di vario genere, servono competenze specifiche e un legame con l’attualità che un maturando non sempre ha.

Infatti, da quello che ho osservato stamattina, mi pare che nessuno abbia scelto quest’ultima traccia: la maggior parte dei miei esaminandi si sono rivolti ai due saggi brevi sulla tecnologia, e sarà interessante vedere se hanno colto il taglio corretto da dare all’uno e all’altro. Io intanto li ho pregati di indicare chiaramente l’ambito che hanno scelto, perché io stessa temo di confondermi. Un paio di temerari hanno optato per Caproni, altri per il saggio breve artistico-letterario: vedremo se hanno capito che possono utilizzarli uno come spunto per l’altro. Per quanto mi riguarda, se fossi stata al loro posto, credo che avrei scelto proprio quest’ultima traccia, se non altro perché mi sarebbe parso di andare sul sicuro.

Pedro (testo di Thomas Z.)

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Come annunciato, continua la serie dei testi descrittivi e narrativi prodotti dagli studenti. Anche stavolta (come la volta scorsa) è il turno di un inquietante personaggio horror, che tuttavia fa parte del racconto scritto da un’altra classe. A parte un certo schematismo, che può rendere il testo poco scorrevole, ho molto apprezzato la capacità, da parte dello studente, di rendere vivide le caratteristiche fisiche e caratteriali del personaggio, tanto da delinearne un ritratto efficace e molto “visivo”. È un peccato che, alla fine, il personaggio abbia avuto un ruolo decisamente marginale nel racconto. Trascrivo il testo così com’è, emendandolo soltanto di alcuni errori ortografici.

PEDRO (di Thomas Z.)

Pedro è un essere di circa quarant’anni che abita in una casa abbandonata ai margini della città. Lui ha fattezze umane, anche se definirlo uomo non è del tutto corretto, si vede poco in giro, nessuno ha ancora capito quale sia la sua professione. Le rare volte che lo si vede, porta sempre uno zaino di pelle consumata su una spalla. Di lui si hanno poche notizie, non si sa se sia fidanzato o sposato e se abbia ancora qualche familiare che vive con lui o parenti in altre parti del mondo.

È un uomo alto e molto magro, tanto che i pantaloni che indossa sembrano non avere nulla sotto, tanto sono larghi. Il suo viso scarno e allungato è ricoperto da una lunga barba incolta e sulla fronte spuntano profonde rughe che mostrano la sua rabbia e il suo carattere ombroso. I suoi occhi sfuggenti si nascondono spesso dietro a due rotonde lenti scure che non permettono di vedere il suo sguardo o il colore dei suoi occhi. Sopra agli occhi si inarcano due sopracciglia lunghe e scomposte, come due cespugli in un giardino incurato. I lunghi capelli brizzolati escono da un cappellino nero e si appoggiano sulle sue oscure spalle. Essi sono ondulati e crespi come la paglia di una scopa. Sopra ai suoi baffi, che fanno tutt’uno con la barba, si vede un lungo naso aquilino dal quale escono dei lunghi peli. La carnosa bocca screpolata è quasi totalmente coperta dai baffi e dalla barba, e i suoi denti non sono mai visibili perché non apre mai la bocca né per parlare né per sorridere. Le guance, che rimangono scoperte, sono di un colore olivastro, ricoperte di escoriazioni dalle quali fuoriesce un liquido simile al sangue. Le sue curve spalle larghe lo fanno assomigliare a un omaccione orte, ma il suo corpo nella parte inferiore pare sparire perché le lunghe braccia sono magre e le gambe sono stecchini coperti da lunghi pantaloni blu in velluto rigato, tappezzati e sporchi. Indossa una giacca di lana lunga e una camicia a quadrettoni, talvolta senza bottoni. Il suo aspetto appare molto sporco e trasandato e i suoi abiti non cambiano mai, sono sempre gli stessi. Due scarponi neri di cuoio, bucati sulla punta, rendono il suo portamento e i suoi movimenti molto scoordinati e lenti.

È molto difficile definire la sua personalità perché il suo sguardo ostile e scontroso tiene tutti alla larga, ma non è difficile capire che è un tipo solitario e irascibile. Non risponde mai al saluto di un passante e tantomeno ai negozianti nelle piccole botteghe nelle quali entra per acquistare una bottiglia di vino rosso o qualche pezzo di pane o formaggio. (Da questo dettaglio della dieta ho capito che il fanciullo stava descrivendo la versione horror di Mauro Corona.) Il suo passaggio lascia tutti pietrificati, non solo per lo spiacevole aspetto che ha, ma anche per la freddezza che ti trasmette quando ti cammina vicino. Incute paura, timore e la sua visione agghiacciante allontana tutti coloro che lo incrociano per strada, un tremore lungo la schiena fa rabbrividire anche il più coraggioso. Alcune persone quando appare in città sussurrano: “Il mostro”, perché è considerato una terribile creatura e addirittura una bestia mangia uomini. Qualche maldicenza paesana dice che non acquista molto cibo perché si nutre di carne umana, dopo essersi impossessato dell’anima delle persone che riesce ad avvicinare. Si dice inoltre che dalla sua abitazione provengano, ogni notte di luna piena, ululati inquietanti che fanno tremare le finestre di tutta la città.

L’Odissea nel mondo

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Chi mi ha seguita finora nelle mie peripezie di quest’anno sa che ho una classe prima linguistico un po’ scalmanata ma che, in condizioni propizie, può riservare inaspettate soddisfazioni. (Ne ho parlato qui per esperimenti di lettura teatralizzata, qui per sorprendenti dichiarazioni d’amore per la letteratura. Gli stessi, poi, sono quelli che di fronte allo sceneggiato dell’Eneide si annoiano a morte fino a coprire l’audio con le chiacchiere, ma va bene lo stesso.)

Come in ogni classe, anche qui ci sono quei tre-quattro elementi perennemente distratti, che vengono continuamente ripresi e che a fine anno si trovano con una collezioncina di note: a forza di richiami, sono i primi nell’arco dell’anno scolastico di cui si impara il nome. Un giorno, durante una spiegazione riguardante un brano dell’Odissea (se la memoria non m’inganna, e potrebbe ingannarmi; ma non è importante), uno di costoro è particolarmente in vena di intrattenere i compagni: dopo un richiamo, due e tre, ecco che gli do la punizione di tradurre il proemio dell’Odissea in dialetto veneto.

La cosa riscuote un entusiasmo focoso e improvviso da parte non solo dello studente interessato, ma anche dal resto della classe, tanto che, nel primo momento morto a disposizione (costituito da un’ora di interrogazione), si forma un gruppetto con detto studente al centro, e i ragazzi iniziano a lavorarci su proponendo soluzioni per i diversi termini chiave del brano. Particolare attenzione, fin da subito, è richiesta da “multiforme”, che a sua volta traduce πολύτροπος (i fanciulli, essendo in prima linguistico, lavorano a partire dall’italiano): bisognerà preferire la sfumatura di significato relativa all’ingegno di Ulisse o piuttosto quella che rimanda ai suoi molti viaggi?

Constatando la serietà con cui gli alunni hanno preso il lavoro, propongo di trasformarlo in un’altra cosa: dato che la classe studia molte lingue (inglese e spagnolo per tutta la classe, più francese e tedesco in ciascuno dei due gruppi in cui si articola), e che sono presenti studenti stranieri (provenienti da Marocco e vari altri Paesi africani) o con un genitore straniero, perché non creare un cartellone con le versioni (eventualmente reperite attraverso Internet) del proemio dell’Odissea in tutte le lingue conosciute dai ragazzi? Io stessa mi sarei occupata del greco (per corredare la nostra antologia di proemi con il testo originale) e del latino, perché lo studiano, certo, ma ne padroneggiano sì e no tre declinazioni.

Manco a dirlo, anche in questo caso entusiasmo immediato: tutta la classe si sente coinvolta, e dopo qualche ora di lavoro collettivo (prevalentemente durante le interrogazioni, coi fogli colorati per trascrivere i testi forniti da me stessa, con tante preghiere di farne buon uso e non sprecarli) finalmente si arriva a produrre il cartellone che si vede nell’immagine all’inizio dell’articolo: ci sono l’italiano (copiato, da bravi scribi, dalla loro antologia di epica, che riporta la traduzione di Rosa Calzecchi Onesti), il greco e il latino (forniti da me; il latino riprende la traduzione di Leonzio Pilato), l’inglese, il francese, il tedesco, lo spagnolo (lingue studiate in classe), l’arabo, il turco (entrambe fornite da un’alunna marocchina), una delle lingue del Senegal (non sono purtroppo riuscita a capire quale), il gaelico (grazie a un’alunna appassionata di cose celtiche), e, finalmente, troneggiante nel bel mezzo del cartellone, il dialetto veneto. Il tutto, come si nota, corredato da bandierine disegnate e colorate a mano: si notino la lupa capitolina coi gemelli per il latino e il leone di san Marco per il veneto.

La traduzione, tutto sommato, è venuta anche bene, eccola qui:

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Eccone una trascrizione, per chi non è aduso a decifrare giovenili grafie:

Contame o Musa de l’eroe de pì forme, che tanto viajò, dopo che el ga distruto la rocca sagra de Troia: de molti omini, i paesi el ga conosesto, anca i pensieri, molte pene el ga patio sul mare del so animo, par comprarse la so vita e i compari che i ga da tornare indrio. Ma i compari gnanca così li ga salvà, anca volendo: con le so paure i se ga persi, insemenii, che i ga magnà le vacche del Sole Iperione: a sti qua el ga tolto el dì per tornare indrio. Conta qualcosa anca a noi altri, o dea fiola de Zeus.

Breve commento: alcune scelte lessicali sono molto efficaci, come l’espressione “de pì forme” a traduzione del suddetto πολύτροπος (furba abbastanza da riuscire a mantenere qualcosa della sua polisemia), “sagra” (bell’arcaismo), “paesi” per “città” (se un veneto pensa a una “città”, gli viene in mente una cosa tipo Padova, immagine ben lontana dai paesaggi omerici), “compari” per “compagni” e “insemenii” per “stolti” (termini entrambi assolutamente perfetti per rendere l’idea); “el dì per tornare indrio” traduce bene “il dì del ritorno” tenendo conto della tendenza veneta a utilizzare espressioni con l’infinito al posto di sostantivi astratti che rimandano a un’azione. Ci sono, tuttavia, alcune imprecisioni, a partire dall’inesistente “viajò” al passato remoto, tempo verbale inesistente in veneto, che direbbe piuttosto “el ga viajà” con il passato prossimo (che viene regolarmente e correttamente utilizzato nel resto del testo); “molti” al posto del più regolarmente utilizzato “tanti”; altre sono invece riconducibili a una parafrasi errata, ma direi che, essendo questo il lavoro di uno studente scalmanato di prima linguistico, possiamo approvare questa traduzione nel modo più totale.

Come considerazione conclusiva, al di là della soddisfazione estrema da me provata nel constatare il brillante lavoro svolto, posso osservare che in generale (almeno per la mia esperienza con le classi di quest’anno, in cui ho potuto fare quest’esperimento) gli studenti, se posti a contatto con lingue straniere o sconosciute, tendono a manifestare una certa curiosità. Nelle mie prime, al momento di introdurre i poemi omerici e individuare alcuni concetti chiave, ho trascritto il primo verso di Iliade e Odissea e alcuni termini notevoli (tipo ἀρετή, τιμή, ὕβρις) direttamente in greco, e ho visto che copiavano incuriositi (con domandine del tipo “ma cosa sono quelle cosine sopra le lettere? come si leggono?” e altre). Nella seconda dove faccio italiano, invece, nel contesto dell’introduzione al testo poetico, ho chiesto agli alunni stranieri, una ragazza cinese, un ragazzo albanese e un ragazzo indiano, di portare in classe delle poesie nella loro lingua, per poi leggerle ai compagni. I primi due hanno risposto all’appello: la studentessa cinese ha portato un libro di poesie appartenente ai suoi genitori e ha letto due brevi liriche riguardanti un poeta che si congeda da un amico che gli ha fatto visita, mentre lo studente albanese ci ha letto una poesia che raccontava di un vecchio pastore che parlava di Dio al nipote e un’altra in cui la storia viene paragonata a una sorta di bar, dove le persone si servono in vario modo. (Entrambe le poesie sono di un autore contemporaneo del quale, ahimé, non ricordo più il nome.) Abbiamo parlato anche di metrica e di rime. I compagni hanno ascoltato e applaudito. È stato tanto bello.