Cicerone e Terenzia: le cause del divorzio

Questo post è il terzo di una serie riguardante Cicerone e Terenzia: qui il primo, qui il secondo.

All’epoca di Cicerone, come il matrimonio può avvenire per ragioni politiche o economiche, così anche il divorzio può verificarsi per le stesse cause; in generale, per lo scioglimento di un matrimonio senza manus non c’è la necessità di addurre alcuna motivazione, essendo sufficiente manifestare l’intenzione di divorziare: dal punto di vista legale, come il legame coniugale è determinato dalla volontà di entrambi gli sposi di vivere come marito e moglie (affectio maritalis), così basta che uno dei due cessi di esprimere tale volontà affinché il vincolo matrimoniale venga meno. Tuttavia, nonostante basti manifestare l’intenzione di divorziare per ottenere la separazione, è prassi comune inviare al coniuge che si lascia (ovvero, nella stragrande maggioranza dei casi, alla moglie) una notifica formale di divorzio (nuntium remittere). Questo però non significa che la separazione non sia comunque vissuta come un evento traumatico, anche quando, come probabilmente nel caso di Cicerone e Terenzia, essa avviene di comune accordo tra i coniugi: è lo stesso Cicerone a suggerire, in alcune lettere ad Attico in cui viene affrontato l’argomento della restituzione della dote e la necessità di far sì che Terenzia nel fare testamento menzioni i figli, che il divorzio gli aveva lasciato l’amaro in bocca (si veda ad esempio Cic. Att. 12, 22, 1 ista enim sunt ipsa vulnera quae non possum tractare sine maximo gemitu, “proprio queste infatti sono le ferite che non posso toccare senza altissimi gemiti”), e questa sembra una reazione del tutto normale, specialmente se si pensa ai contrasti di tipo finanziario che con ogni probabilità furono la causa della separazione, e di cui certamente l’oratore si sarà ricordato al momento di restituire la dote all’ex moglie.

Tuttavia, dal momento che, nell’epistolario, l’oratore non specifica in modo chiaro quali possano essere state le ragioni della separazione da sua moglie, dando tutt’al più indicazioni sui motivi dei propri contrasti con lei, già dall’antichità si è tentato di stabilire quali possano essere state le cause del divorzio, specialmente perché esso era avvenuto dopo circa trent’anni di matrimonio, durante i quali gli sposi avevano affrontato insieme molte sventure. Plutarco (Cic. 41) riporta le ipotesi più comuni: Cicerone avrebbe
affermato che Terenzia non si sarebbe curata di lui nel periodo della guerra civile, facendolo partire da Roma senza il necessario per il viaggio; al suo ritorno in Italia avrebbe continuato a mostrargli indifferenza non recandosi a fargli visita, e, quando Tullia andò a trovare il padre, la madre non avrebbe provveduto a fornirle la scorta e l’equipaggiamento del caso; avrebbe inoltre contratto molti debiti sperperando il patrimonio del marito; al successivo matrimonio di Cicerone con la giovane ereditiera Publilia, Terenzia avrebbe detto che l’ex marito l’aveva preferita a lei perché era giovane e bella, mentre secondo Tirone, il segretario dell’oratore, Cicerone avrebbe mirato alle ingenti ricchezze della ragazza, per poter pagare i debiti lasciati dall’ex moglie. Antonio, infine, avrebbe sostenuto che Terenzia ormai era troppo vecchia per l’oratore. In seguito, gli studiosi hanno variamente commentato queste motivazioni, contestandole o accogliendole, e proponendo nuove e varie ipotesi, in base ad una delle quali Cicerone avrebbe divorziato da Terenzia perché quest’ultima sarebbe stata gelosa del grande affetto del marito per la figlia Tullia, cosa che appare poco verosimile, giacché dalle fonti appare evidente che tra madre e figlia vi era uno stretto legame. Recentemente è stata proposta anche una spiegazione del divorzio su basi sociologiche e psicologiche, secondo la quale Cicerone, in un momento in cui sentiva di non poter controllare la difficile situazione in cui si trovava, si sarebbe separato dalla moglie perché questo sarebbe stato l’unico modo di esercitare una forma di controllo sulla propria vita: come tutte le interpretazioni psicologiche, anche questa andrebbe letta con la dovuta cautela, dal momento che non è possibile applicare con sicurezza a eventi e personaggi dell’antichità categorie e fenomeni scoperti e analizzati soltanto in epoca moderna.

In ogni caso, la discussione sulle probabili cause del divorzio di Cicerone da Terenzia, che inizia dall’antichità e arriva ai giorni nostri, indica che molto probabilmente i coniugi non avevano addotto ufficialmente alcuna motivazione precisa per la separazione, ma la curiosità che già gli antichi dimostravano al riguardo è segno inequivocabile del disagio provato di fronte ad un divorzio avvenuto apparentemente senza spiegazioni: legalmente ciò poteva accadere senza alcun problema, ma, dal punto di vista della percezione individuale della situazione, si sentiva ugualmente il bisogno di trovarne una ragione.

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Buste, alternanza e cittadinanza: il nuovo colloquio

La riforma degli esami di Stato ha toccato un po’ tutti gli aspetti in cui esso si articolava: tuttavia, mentre per la riattribuzione dei crediti il meccanismo di conversione è stato abbastanza automatico, e per le prove scritte, tra fac simile e simulazioni, siamo arrivati all’esame abbastanza consapevoli di quello che ci attendeva (qui e qui alcune considerazioni), la vera incognita è stata il colloquio. Tutto ciò che sapevamo fino a poco prima della fine dell’anno scolastico era questo: che non si sarebbe più partiti dalla tesina ma da una trattazione pluridisciplinare a partire da uno stimolo contenuto in una busta (che il candidato deve scegliere fra tre a loro volta pescate nel mucchio dal presidente di commissione), che nella busta avrebbe dovuto esserci un incipit consistente in un testo, un’immagine, un grafico, un problema eccetera, che lo studente avrebbe dovuto procedere nel modo più autonomo possibile con un minimo intervento dei docenti, che dopo questa trattazione ci sarebbe stato un momento per discutere sull’esperienza di alternanza scuola-lavoro e un altro per affrontare temi di Cittadinanza e Costituzione. E già quest’ultimo punto è stato una bella gatta da pelare. Il tutto poi si sarebbe chiuso con la correzione degli elaborati, l’unica cosa che si è mantenuta tal quale (al netto, ovviamente, della diversa tipologia di scritti dell’esame riformato).

Fino a fine maggio, comunque, questo è stato quanto. Recependo le indicazioni, per l’ultimo giro di interrogazioni ho cercato di far spaziare i ragazzi tra gli argomenti in modo tale da permettere loro di collegare altre discipline, ad esempio la storia, l’arte, la filosofia. Per venire incontro ai nostri studenti di quinta, poi, ai primi di giugno abbiamo organizzato delle simulazioni di colloquio con alcuni alunni volontari, preparando delle buste dal contenuto “misto”: un paio di foto, un paio di testi, un paio di grafici. I risultati sono stati abbastanza altalenanti per la prima parte, a seconda della preparazione del “candidato” (che ovviamente non aveva studiato come se fosse stato davvero sotto esame). Per i momenti successivi, ci siamo limitati a chiedere all’alunno di turno qualche considerazione abbastanza libera sul loro percorso di alternanza (su cui avevano già prodotto una relazione) e sui vari progetti di Cittadinanza e Costituzione affrontati nel corso dell’ultimo anno e non solo. E fino a qua è parso anche a noi di aver capito più o meno come può funzionare.

Nel frattempo è giunto il momento in cui gli esami sono arrivati davvero, e a commissione già insediata sono arrivate le ultime novità su cosa inserire nelle buste. A parte la questione “noto”-“non noto”, che ha fatto scervellare chiunque, la linea guida più importante è stata a proposito dell’omogeneità degli spunti in modo da non creare disparità di trattamento tra i candidati, cosa che ci ha fatto propendere per la scelta di spunti tutti della stessa tipologia, ovvero, nel nostro caso, l’immagine (eventualmente accompagnata da una didascalia per indirizzarne un minimo la lettura). A questo punto, le due sottocommissioni hanno lavorato in maniera leggermente diversa, tenendo conto delle specificità del documento di classe: per una classe abbiamo semplicemente scelto una serie di concetti che potessero avere agganci con più discipline e abbiamo cercato un’immagine che li illustrasse, mentre per l’altra, che aveva lavorato secondo percorsi pluridisciplinari predisposti dal consiglio di classe, ci siamo fatti più guidare dai docenti interni. In ogni caso, la predisposizione delle buste, successiva alle correzioni degli scritti, ci è “costata” praticamente una giornata intera di fatiche, tra rinvenimento dei materiali a casa e loro selezione e adattamento in sede di commissione, con un ulteriore notevole appesantimento dei nostri impegni. Di fatto, come conseguenza dell’eliminazione della “tesina”, lo sforzo di costruire possibili percorsi pluridisciplinari (uno per ogni alunno + 2, come da linee guida) è ricaduto interamente sulla commissione.

Sono dunque iniziati i colloqui veri e propri: per quanto riguarda la prima parte, abbiamo visto che la maggior parte degli studenti riusciva, con un minimo di guida, a gestire gli spunti e a creare qualche collegamento (e provvidenziale in questo senso è stato mettere a disposizione carta e penna per farsi uno schemino); tuttavia in molti casi noi docenti abbiamo dovuto intervenire, se non per suggerire l’argomento in sé, quantomeno per far sì che lo studente lo approfondisse. In questo modo, se vogliamo, è venuto meno uno dei presupposti della nuova forma di colloquio, ossia l’autonomia dello studente e il conseguente superamento dell’interrogazione “vecchio stampo” con il candidato che “viaggia” da un docente all’altro per rispondere a quesiti non sempre correlati tra loro. Per quanto riguarda il percorso di alternanza, in una classe gli studenti avevano (quasi tutti) preparato una presentazione PowerPoint, e alcuni hanno anche descritto la propria esperienza in lingua straniera (le classi da me esaminate erano di liceo linguistico); in un’altra classe era stato fatto preparare agli studenti un portfolio online che è servito anche da supporto per l’esposizione. L’ultimo momento, quello riguardante Cittadinanza e Costituzione, è stato gestito anche in questo caso in modo diverso a seconda delle classi: in una era stato fatto un vero e proprio percorso sulla Costituzione italiana e tedesca dagli insegnanti di Storia e Filosofia e di Tedesco, che hanno dunque provveduto a porre ai candidati dei quesiti riguardo gli argomenti toccati (spesso facendo ragionare i ragazzi anche su casi concreti, cosa che ho particolarmente apprezzato), mentre nell’altra erano gli studenti a scegliere un’esperienza significativa di cui parlare, all’interno dei progetti organizzati dalla scuola.

Volendo fare un bilancio finale, posso dire che quest’anno i colloqui degli esami di Stato mi hanno “provata” più degli altri anni; forse ciò è dovuto all’anno pesante che ho avuto, ma più probabilmente è stato anche la conseguenza del nuovo tipo di orale, che ho trovato per certi versi meno dinamico, dato che mancava la “tesina”, che poteva costituire uno spunto di originalità (qui le mie considerazioni in merito). Quest’anno la parte disciplinare, essendo autogestita dallo studente al momento, è stata abbastanza ripetitiva, e per forza di cose doveva avere una durata limitata nel tempo, per lasciare spazio agli altri momenti del colloquio. Per quanto riguarda le esperienze di alternanza, pur partendo un po’ prevenuta, lo ammetto, personalmente le ho trovate la parte più interessante del colloquio, in quanto gli studenti hanno avuto davvero modo di parlare in modo personale delle attività svolte, delle competenze acquisite e della ricaduta di ciò sulla scelta del percorso post-diploma. Quanto a Cittadinanza e Costituzione, ho apprezzato molto, come detto sopra, l’interpretazione data dai colleghi che avevano svolto un percorso specifico con la classe, mentre, quando erano i ragazzi a dover scegliere l’esperienza di cui parlare, ho riscontrato (ancora una volta) una certa ripetitività, anche perché, dopotutto, i progetti organizzati dalla scuola, pur molto belli, non erano moltissimi.

In sostanza, rispetto al “vecchio” colloquio, posso dire che la nuova modalità, pur spaventando apparentemente di più con il “mostro della busta”, in realtà risulta molto più gestibile per gli studenti, che sono chiamati a trovare da soli gli argomenti di cui parlare (potendo ovviamente scegliere di affidarsi a quelli più sicuri e di scartare quelli più incerti), e, nel caso in cui si trovino in difficoltà di fronte allo spunto, sono comunque sostenuti dai docenti nel ragionamento; inoltre la parte disciplinare, come già accennato, risulta anche più limitata nella durata rispetto alla vecchia modalità di esame, limitando a sua volta anche la relativa ansia da prestazione. C’è però da dire che la gestione della suddetta ansia, nella vecchia modalità, era più nelle mani dei commissari che dei candidati: era appunto facoltà dei primi porre ai secondi domande che si ricollegassero in qualche modo all’argomento scelto per la tesina, o agli argomenti affrontati via via nel corso del colloquio. (E per quanto mi riguarda ho sempre cercato di farlo.) Gli allievi hanno in ogni caso un momento più ampio di autonomia nella seconda parte dell’esame, in cui non c’è veramente una risposta “giusta” o “sbagliata” da dare, ma semplicemente la presentazione della propria esperienza. C’è quindi, secondo me, la volontà di evitare di mettere in serie difficoltà gli studenti, che potrebbe portare, volendo, anche a una sorta di appiattimento delle valutazioni, cosa che, tuttavia, almeno nel mio caso si è verificata solo in parte.

(Per chiudere in modo poco serio, posso però dire che la parte veramente migliore in assoluto dei colloqui sono state le brioche portate dalle colleghe, che mi hanno dato quel tot di zuccheri necessario a reggere cinque e più ore di colloquio al giorno senza più lo spunto di verve delle tesine. Grazie brioche, grazie colleghe)

Petrarca in due infografiche

Da quest’anno, avendo la LIM praticamente in tutte le classi, ho iniziato a “smanettare” un pochino per rendere più vivaci le mie lezioni. Dopo aver prodotto decine di PowerPoint e aver fatto un sacco di schemi direttamente alla LIM, ho scoperto Canva e ho iniziato a farmi venire un sacco di idee sui possibili materiali da produrre per la didattica. Per ora mi piacciono particolarmente le infografiche: alla mia terza dell’anno scorso ne ho proposte un paio su Petrarca che sono state molto gradite per il ripasso dell’autore. Ve le giro. (E magari vi girerò anche quelle che produrrò più avanti. Tutto sta nel capire come incorporare correttamente i progetti in WordPress…)

Altri orrori da tema

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Qualche tempo fa ho prodotto questo post, nel quale ho elencato una serie di errori ricorrenti commessi dallo studente medio nella scrittura di temi ed elaborati vari. Dopo un altro paio d’anni di correzioni, mi sono accorta che i tic scrittòri degli allievi non erano limitati a quelli che avevo elencato, ma ce n’erano anche altri. A mano a mano che li trovo, li riporterò qui sul blog, in modo tale da creare una lista di errori che sia sempre più completa. Anche stavolta l’elenco è organizzato senza che vi siano un ordine o una gerarchia, proprio perché io stessa trovo questi vizi di scrittura in ordine sparso. Piano piano, però, sto creando una presentazione PowerPoint più strutturata, in modo tale da poterla utilizzare in classe durante un laboratorio di scrittura, o anche per fare grammatica in modo un po’ diverso.

Ma bando alle ciance ed ecco la seconda tranche degli “orrori da tema”.

ALTRI CONSIGLI PER SCRIVERE BENE

Evitare di iniziare un tema ricopiando la traccia o la definizione che il vocabolario dà di una parola chiave.

  • Meglio cercare di descrivere in modo generale l’argomento di cui si sta per parlare, magari anticipando il concetto che costituirà la tesi.

Evitare di utilizzare espressioni come “oggigiorno” e “al giorno d’oggi”. Spesso, se non c’è per forza bisogno di un complemento di tempo, si possono togliere tranquillamente dalla frase, che mantiene il suo senso.

  • Esempio: Oggigiorno, violare la privacy è un reato, per cui conviene fare attenzione quando si trattano dati sensibili. → Violare la privacy è un reato, per cui conviene fare attenzione quando si trattano dati sensibili. (Funziona lo stesso.)

Il verbo “citare” funziona quando il soggetto riporta un’affermazione di qualcun altro, quindi, quando siamo noi a riportare una citazione, è meglio usare “affermare”, “sostenere” o verbi simili.

  • Esempio: Come cita Manzoni, “ai posteri l’ardua sentenza”. → Come afferma Manzoni, “ai posteri l’ardua sentenza”.

Evitare di introdurre la conclusione del tema con espressioni come “io concludo dicendo che”: oltre a essere poco originali, sono anche poco efficaci.

  • Meglio introdurre direttamente una sintesi del ragionamento compiuto nel corso dell’elaborato, attraverso un connettivo conclusivo (del tipo di “quindi” o “perciò”, per capirci).

Evitare di riferirsi alle argomentazioni a favore e contro la tesi con espressioni come “i pro” e “i contro”, che vanno bene casomai per costruire una scaletta schematica dell’elaborato.

  • Esempio: L’uso dell’energia nucleare ha molti pro e molti contro. L’uso dell’energia nucleare ha molti vantaggi e svantaggi / aspetti positivi e negativi.

Evitare di introdurre le suddette argomentazioni con espressioni come “ci sono alcuni che pensano – altri al contrario pensano”, che sono stereotipate e poco efficaci.

  • Meglio fare un piccolo sforzo e imparare piuttosto a utilizzare correttamente i connettivi.

“Quest’ultimo” si usa solo per riferirsi all’ultimo elemento di un elenco; in mancanza di questa circostanza, si può usare “esso” o “questo”. Da ricordare anche che “questo” si apostrofa solo al singolare!

  • Esempio: Manzoni scrisse due tragedie; quest’ultime (ERRORE DOPPIO!!!) sono ispirate ad avvenimenti della storia italiana. → Manzoni scrisse due tragedie; esse sono ispirate ad avvenimenti della storia italiana.

Bisogna sempre ricordare la regola tanto elementare quanto trascurata secondo cui alla fine di ogni frase va posto un punto fermo.

  • Nessuna eccezione, nemmeno alla fine di un paragrafo o dell’elaborato!

In italiano gli aggettivi non hanno mai l’iniziale maiuscola, nemmeno quelli che derivano da nomi propri o toponimi (attenzione alle interferenze con altre lingue, come l’inglese o il latino, in cui le regole sono diverse!).

  • Esempio: Le ville Palladiane sono una parte importante del patrimonio culturale Veneto. → Le ville palladiane sono una parte importante del patrimonio culturale veneto.

Attenzione: non si va mai a capo con segni di punteggiatura come la virgola, i due punti o il punto e virgola, che non devono trovarsi da soli a capo riga ma “attaccati” alla parola che li precede.

  • Esempio: Manzoni scrisse odi / , inni, tragedie. → Manzoni scrisse odi, / inni, tragedie.

Il contrario vale per l’apostrofo, che non deve mai trovarsi da solo a fine riga, ma sempre “attaccato” alla parola che segue: in caso di necessità, dunque, meglio andare a capo con la parola che precede l’apostrofo.

  • Esempio: Di particolare importanza è il coro dell’ / atto terzo. → Di particolare importanza è il coro del- / l’atto terzo.

Quando non si sta parlando di movimenti veri e propri, meglio evitare di usare l’espressione “andare a” per introdurre un infinito: di fatto ha una funzione di riempitivo e appesantisce inutilmente la frase. Eliminiamola direttamente.

  • Esempio: Nella Poetica, Aristotele va a trattare le caratteristiche della tragedia. → Nella Poetica, Aristotele tratta le caratteristiche della tragedia.

Limitiamo l’uso di “il quale” ai complementi indiretti, ovvero ai casi in cui il pronome relativo viene introdotto da una preposizione; in tutti gli altri casi il semplice “che” va benissimo e non appesantisce il testo.

  • Esempio: Renzo si reca a casa di don Abbondio, il quale si mostra turbato. → Renzo si reca a casa di don Abbondio, che si mostra turbato.

Anche l’espressione “quello che è” è sostanzialmente un riempitivo e va evitata.

  • Esempio: Nella Poetica, Aristotele tratta quelle che sono le caratteristiche della tragedia. → Nella Poetica, Aristotele tratta le caratteristiche della tragedia.

Altro riempitivo da evitare è l’espressione “qualcosa / un qualcosa di”.

  • Esempio: La compagnia di un animale è considerata un qualcosa di positivo per le persone anziane. → La compagnia di un animale è considerata positiva per le persone anziane.

Le dittologie sinonimiche, ossia le coppie di sinonimi, pur molto presenti nel linguaggio poetico (basti pensare a Petrarca), in un elaborato in prosa in realtà risultano pesanti: è sufficiente inserire nel testo un solo termine.

  • Esempio: Inserire in una frase due parole che vogliono dire la stessa cosa è inutile e superfluo. → Inserire in una frase due parole che vogliono dire la stessa cosa è inutile.

Repetita iuvant: i tempi verbali devono essere coerenti all’interno del testo.

  • Esempio: Manzoni decise di scrivere un romanzo storico perché questo genere narrativo gli permette di rimanere aderente alla storia. → Manzoni decide di scrivere un romanzo storico perché questo genere narrativo gli permette di rimanere aderente alla storia. (PRESENTE) / Manzoni decise di scrivere un romanzo storico perché questo genere narrativo gli permetteva di rimanere aderente alla storia. (PASSATO)

Le parole straniere e i titoli delle opere (artistiche, letterarie, musicali) vanno evidenziati con il corsivo (o comunque con un carattere diverso) oppure, in caso di necessità, messi tra virgolette.

  • Esempio: Il Leitmotiv della Pioggia nel pineto di D’Annunzio è il rumore della pioggia sulle foglie. → Il Leitmotiv della Pioggia nel pineto di D’Annunzio è il rumore della pioggia sulle foglie. / Il “Leitmotiv” della “Pioggia nel pineto” di D’Annunzio è il rumore della pioggia sulle foglie.

Cicerone, Terenzia e l’amore coniugale

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Continua con questo post la trattazione di aspetti relativi al rapporto tra Cicerone e Terenzia: la prima parte si trova qui.

A Roma, anche all’epoca di Cicerone i matrimoni vengono prevalentemente combinati dalle famiglie degli sposi per motivi essenzialmente pratici, ossia per ottenere vantaggi politici o economici: la compatibilità dei futuri coniugi, così come la possibilità che tra di loro si formi un legame affettivo, è posta decisamente in secondo piano. Ciò si riflette anche sulle aspettative che di solito i Romani ripongono nel vincolo coniugale: secondo l’opinione comune, un matrimonio è ben riuscito se procura una discendenza legittima al marito, indipendentemente da quale possa essere il reale rapporto tra gli sposi. Vi è chi sostiene addirittura che, nell’aristocrazia romana di epoca classica, non ci si aspettasse o non si riuscisse ad ottenere appagamento emotivo all’interno del matrimonio, e questo avrebbe reso meno problematico sopportare le tensioni all’interno della coppia; di conseguenza, a Roma l’uomo che avesse investito emotivamente nella relazione coniugale avrebbe tenuto un comportamento inappropriato. Da ciò discende che gli ideali tradizionali del matrimonio romano, legati a questa concezione dell’unione coniugale, riguardano prevalentemente l’atteggiamento che la moglie dovrebbe tenere nei confronti del marito, soprattutto nel matrimonio con manus, tipologia più arcaica in cui la moglie è sottomessa all’uomo: la donna deve essere fedele ad un unico uomo (è l’ideale romano dell’univira) e deve obbedire al marito; inoltre è auspicabile che il vincolo coniugale duri tutta la vita, senza essere interrotto dal divorzio. Questi ideali, tipicamente romani, trarrebbero le loro origini dall’istituzione del matrimonio con manus e dalla prassi religiosa secondo cui alcuni riti potevano essere officiati soltanto da matronae che avevano avuto un solo marito, e per questo si sarebbero trovate in posizione privilegiata. Secondo quest’interpretazione, tali ideali sarebbero nati in ambito aristocratico e si sarebbero poi diffusi nelle classi medie e basse.

Al di là delle implicazioni concrete del legame matrimoniale, è però possibile riconoscere, sia dagli epitafi in cui vengono descritti matrimoni felici, sia dalle testimonianze in letteratura (tra cui anche le lettere di Cicerone a Terenzia) che le aspettative dei Romani riguardano anche tratti della vita coniugale più legati al livello emotivo della relazione: tra di essi il più importante è quello della concordia, che permette un matrimonio caratterizzato da armonia e comunione di intenti, in cui gli sposi si offrono comprensione e aiuto reciproci. Tuttavia, anche se di norma viene sottolineata la reciprocità di questo sentimento, talora ne viene data maggior responsabilità alla moglie, che si ritiene tenuta a conformarsi alle opinioni e ai voleri del marito. Spesso, però, vengono applicati al rapporto coniugale gli stessi ideali dell’amore romantico: in particolare, si riscontrano l’idealizzazione della persona amata, il desiderio che l’amore duri fino alla morte e anche oltre e l’assegnazione di un importante ruolo alla componente sessuale della relazione amorosa. Non è chiaro se questi ideali, che in letteratura si trovano prevalentemente applicati a relazioni d’amore non coniugali, siano appunto influenzati dalla prassi letteraria, né in che misura lo sarebbero: fatto sta che i riferimenti all’amore romantico all’interno del matrimonio presenti negli epitafi o nelle lettere private riflettono molto probabilmente sentimenti realmente provati dall’autore o dal committente nei confronti del coniuge. Al di là delle caratteristiche romantiche dell’amore coniugale, in ambito romano si osserva la diffusione dell’ideale della felicità all’interno del matrimonio, come conseguenza dell’affetto e della stima che i coniugi nutrono l’uno per l’altra. Osservando in particolare le iscrizioni, si può costruire un vero e proprio elenco delle varie qualità degne di lode per un coniuge, riconducibili ad alcune tipologie fondamentali: virtù legate alla fedeltà sessuale, rispetto e cooperazione, gentilezza, concordia, societas.

Proprio un importante esempio dell’espressione di sentimenti romantici che rispecchia verosimilmente un reale affetto nei confronti del coniuge è costituito dalle lettere che Cicerone invia a Terenzia dall’esilio: infatti, in queste epistole il mittente utilizza, per esprimere nostalgia per la propria sposa, immagini anche molto patetiche, che si ritroveranno poi nell’elegia, e si rivolge a lei con epiteti affettuosi, che rivelano i sentimenti da lui provati nei suoi confronti. In realtà, anche nel periodo successivo all’esilio, almeno fino al 49, l’oratore continua a dimostrare fiducia nelle qualità della moglie e grande stima verso di lei. Sempre analizzando le lettere inviate da Cicerone a Terenzia nel periodo dell’esilio, si è anche tentato di comprendere quale fosse il tipo di sentimento provato dall’oratore per sua moglie: da un lato sembra che il rapporto tra i coniugi sia essenzialmente basato sull’impegno per obiettivi comuni, quali la protezione della famiglia e della proprietà, la cura dei figli e il mantenimento del tenore di vita, ma si deve considerare che queste epistole sono state scritte in circostanze critiche, in cui c’era la necessità che Terenzia si occupasse di questioni pratiche. Inoltre, proprio per la presenza in queste lettere di termini e immagini veicolanti affetto si deve dedurre che l’oratore provi per la moglie sentimenti molto più profondi della semplice fiducia e
stima reciproca. Si può inoltre osservare che Cicerone concepisce l’ambiente familiare, comprendente la moglie e i figli, come una fonte di sollievo nei momenti difficili (Cic. Att. 1, 18, 1 ita sum ab omnibus destitutus ut tantum requietis habeam quantum cum uxore et filiola et mellito Cicerone consumitur). Va però ricordato che molto probabilmente Cicerone non aveva sposato Terenzia per amore: la donna era imparentata con la nobile gens Fabia, e, stando a Plutarco, avrebbe portato al marito la cospicua dote di 400000 sesterzi; proprio nel periodo del matrimonio l’oratore si era guadagnato la fama con la pro Roscio Amerino e stava iniziando la propria carriera politica, preparandosi a concorrere per la questura, e un’unione del genere gli avrebbe garantito un sicuro appoggio anche a livello economico. Queste considerazioni possono indurre a pensare che anche nel caso di un matrimonio contratto per ragioni pratiche ci fosse la possibilità per i coniugi di sviluppare non solo stima e fiducia reciproca, ma anche un vero e proprio rapporto d’affetto.

Tra Ungaretti e Bartali: cronache dalla prima prova

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Ed ecco che sono finalmente arrivati questi Esami di Stato 2019, che, a causa della riforma avvenuta in corso d’anno, sono stati un vero e proprio tormentone, sia per gli studenti sia per noi insegnanti, che dobbiamo prepararli. Ieri si è iniziato con la prima prova, lo scritto di italiano, al quale, a suo tempo, avevo dedicato alcune considerazioni. Qui si può trovare il testo della prova. Mi pare il caso di inserire qui le mie osservazioni anche sulle tracce proposte in quest’occasione, non solo per doveroso amore di cronaca, ma anche perché, da quest’anno, agli orali sarà possibile anche trarre spunto dalle correzioni delle prove scritte per chiedere al candidato di approfondire alcuni argomenti a esse correlati.

Per quanto riguarda la tipologia A, ossia l’analisi del testo letterario, l’autore proposto nella prima traccia è Ungaretti, con la poesia Risvegli tratta dal Porto sepolto e corredata da domande di analisi e comprensione che da un lato fanno riferimento ad aspetti tecnici (le scelte metriche e la disposizione delle parole) e alle conoscenze sull’autore (il ruolo della guerra nella poetica ungarettiana), dall’altro stimolano le capacità interpretative dello studente in relazione ad alcuni punti specifici del componimento. Anche nella consegna finale, quella di interpretazione, è presente un richiamo al tema della guerra e alla sua importanza nel percorso interiore di Ungaretti, e si richiede di approfondire l’argomento con riferimenti ad altre liriche dell’autore, a testi di altri autori o ad altre forme d’arte; lo studente, quindi, è invitato a “ripescare” quanto visto e studiato durante l’anno sul poeta.

Nella seconda traccia, invece, si propone un brano tratto dal Giorno della civetta di Sciascia: in questo caso al testo è premessa una breve contestualizzazione e spiegazione introduttiva, e le domande di analisi e comprensione sono in numero minore, questo forse a compensare l’estensione della risposta al primo quesito (riassunto del brano con evidenziazione delle posizioni dei vari personaggi). Gli altri quesiti riguardano prevalentemente aspetti linguistici ed espressivi, mentre la consegna di interpretazione, in riferimento all’opposizione tra onestà e ingiustizia, risulta piuttosto generica e permette allo studente di fare collegamenti piuttosto liberi tra il romanzo di Sciascia e qualsiasi tipo di narrazione, letteraria o cinematografica, che presenti queste tematiche.

In generale, per quanto riguarda le tracce della tipologia A, ho riscontrato una sostanziale continuità tra la “vecchia” e la “nuova” tipologia; quello che mi ha sorpresa di più, in realtà, è stata la comparsa di Ungaretti, autore che gli studenti hanno sicuramente incontrato, dopo che per alcuni anni il MIUR ci aveva abituati ad autori non noti ai candidati (citando solo gli ultimi, ricordiamo Eco, Caproni e Bassani), scelta che in realtà permette di testare veramente le competenze di analisi testuale acquisite nel corso del quinquennio, poiché lo studente utilizza gli strumenti a sua disposizione per orientarsi in qualcosa che davvero non ha mai visto prima. Tuttavia la scelta di autori “del programma” è in linea con quanto proposto nelle simulazioni ministeriali di febbraio e marzo, che riportavano testi di Pascoli, Morante, Montale e Pirandello. Buono l’equilibrio tra le due tracce, la prima, con autore noto, alla portata degli studenti preparati in modo più tecnico e scolastico, la seconda, con autore non noto, aderente al testo nella prima parte e più elastica nelle possibilità di svolgimento della seconda parte.

Eccoci alla vera novità di quest’anno, cioè la tipologia B, analisi e produzione di un testo argomentativo. Tutte le tracce sono corredate, all’inizio, della semplice citazione della fonte, e seguite da alcune domande di analisi e comprensione in numero variabile da 3 a 5 e da una consegna di produzione. La prima proposta consiste in un testo di Tomaso Montanari dedicato al ruolo del patrimonio storico-artistico per la fondazione di un legame dell’individuo sia con il proprio passato sia con il proprio futuro. La traccia, soprattutto per le classi di un liceo (a cui pare ammiccare il riferimento alla “via umanistica” verso il passato), risulta molto interessante, per la possibilità di fare una riflessione critica sulla funzione che la valorizzazione del passato può avere nella costruzione dei cittadini del domani. (E qui mi pare di sentire quasi una lontana eco dei Sepolcri foscoliani.) Apprezzo molto che nei quesiti siano menzionati la “dittatura totalitaria del presente” e l’intrattenimento televisivo come mezzo prevalente attraverso cui le giovani generazioni vengono a contatto con il passato, nonché la consegna finale, incentrata sulle citazioni sulla bellezza di Dostoevskij e Settis, riportate nel testo: possono essere spunti di riflessione importanti, che sinceramente sono curiosa di vedere come i “miei” candidati hanno sviluppato, sperando che abbiano evitato il rischio di caduta nella retorica.

La seconda traccia è un testo tratto dal libro L’illusione della conoscenza di Steven Sloman e Philip Fernback, e riporta un episodio del 1954 riguardante un esperimento sulla conflagrazione di una bomba termonucleare (formattato in corsivo senza che se ne comprenda il motivo), seguito dalle considerazioni degli autori sull’applicazione di innovazioni tecnologiche potenzialmente distruttive. I quesiti di comprensione e analisi riguardano solamente la seconda parte del testo, lasciando intendere che la prima parte sia stata riportata a scopo essenzialmente esemplificativo; dopo la richiesta di riassumere quest’ultima porzione di testo mettendone in evidenza la struttura argomentativa, lo studente viene invitato ad analizzare due espressioni in esso presenti, che tuttavia vanno, per così dire, nella stessa direzione, ossia quella di mettere in evidenza la contraddizione tra le grandi potenzialità della mente umana e l’uso che l’uomo stesso intende farne. La consegna di approfondimento richiede di argomentare riguardo il rapporto tra ricerca scientifica, innovazioni tecnologiche e concrete applicazioni di esse, secondo una modalità ormai tipica di molte tracce di ambito scientifico-tecnologico.

La terza traccia è di ambito esplicitamente storico, ed è l’unica che riporta un titolo (“L’eredità del Novecento”): il testo è tratto dall’introduzione di Corrado Stajano alla raccolta di saggi “La cultura italiana del Novecento”, nella quale l’autore fa una sorta di breve bilancio del secolo scorso, menzionando anche i “nuovi problemi” emersi dopo la fine della Guerra Fredda (il libro è del 1996) e a cui uomini e donne di fine secolo, privi dei riferimenti, allo stesso tempo rassicuranti e inquietanti, che avevano caratterizzato i decenni precedenti, devono far fronte. Dopo i quesiti di comprensione e analisi (un riassunto e alcune domande su parole ed espressioni chiave tutte relative al tema centrale, ossia allo spiazzamento dell’umanità di fine Novecento), la consegna di approfondimento invita lo studente a riflettere sui problemi individuati dall’autore e a valutare le sue affermazioni, indicando in particolare se la situazione, in questi ultimi vent’anni abbondanti, è mutata in modo rilevante, specialmente per quanto riguarda l’Europa. Pur essendo certamente una traccia stimolante, essa richiede al candidato una profonda consapevolezza della situazione economica, politica e sociale del mondo contemporaneo, nonché il senso critico necessario a metterla a confronto con quella del recente passato.

Osservando le tracce di tipologia B nel loro complesso, posso notare che la loro impostazione non è radicalmente diversa da quella della tipologia A: la differenza principale sta nel tipo di testo di partenza, che per la A è letterario e per la B è non letterario. Come avevo già rilevato nelle mie precedenti osservazioni sulla nuova prima prova, la tipologia B “riformata” mi pare piuttosto figlia della traccia di analisi del testo su Umberto Eco di qualche anno fa, che partiva da un testo di tipo saggistico. Anche le domande di comprensione e analisi, in definitiva, sono abbastanza simili, con una maggior attenzione all’individuazione della struttura argomentativa del testo e all’interpretazione di parole ed espressioni chiave nella tipologia B, che inoltre, nella consegna di produzione, chiede esplicitamente al candidato di dare alla risposta un taglio argomentativo, con tesi e argomentazioni ben esplicitate. La presenza di una tesi argomentata, tuttavia, non è esclusa dalle consegne di approfondimento della tipologia A. Un’altra differenza è la possibilità, dichiarata nella tipologia A, di rispondere ai quesiti uno per uno o di articolare le risposte in un testo unico, cosa che comunque sarebbe teoricamente possibile anche con la tipologia B. In sostanza, mi pare che tra le due tipologie prevalgano le somiglianze rispetto alle differenze.

Passiamo ora alla tipologia C, la riflessione critica di carattere espositivo-argomentativo su tematiche di attualità, che praticamente è il vecchio tema di ordine generale. La prima delle due tracce è basata su un estratto dal discorso di Luigi Viana in occasione del trentennale della morte del generale Dalla Chiesa: il testo è essenzialmente incentrato sul profilo del generale e sull’esempio che egli ancor oggi può dare per spingere tutti i cittadini a costruire uno Stato basato sulla legalità. Per quanto riguarda il tema della traccia, l’argomento è simile a quello suggerito dalla traccia A2, ovvero la lotta alle mafie: cambia l’approccio, che nella traccia A2 avviene a partire da un testo letterario, mentre nella C1 a partire dal ritratto di un personaggio. Purtroppo, per quest’ultima traccia la consegna rimane estremamente vaga, invitando in modo generico lo studente a riflettere sull’attualità dei valori richiamati nel discorso di commemorazione. Un altro ostacolo per i candidati può essere costituito dalla scarsa familiarità di molti di essi con la figura del generale Dalla Chiesa, che può essere auspicabilmente ridotta approfondendo la tematica della lotta alle mafie nel percorso di Cittadinanza e Costituzione, che a partire dagli esami di quest’anno, tra l’altro, è obbligatorio portare agli orali.

L’ultima traccia, anch’essa introdotta da un titolo (“Tra sport e storia”), è basata su un articolo di Cristiano Gatti sul “Giornale”, riguardante l’inclusione di Gino Bartali nel novero dei “Giusti tra le nazioni”, per la sua attività in difesa degli ebrei durante la Seconda guerra mondiale; in quest’occasione si ripercorrono alcune vicende biografiche del ciclista, mettendone in luce da un lato il valore di “icona” sportiva capace di cementare l’unità del popolo italiano, dall’altro la modestia e l’umiltà che l’hanno sempre contraddistinto. In questo caso, l’articolo è seguito da un breve testo che lo riassume e individua il tema portante da sviluppare nella consegna, ovvero il rapporto dello sport con i regimi autoritari, ma anche, più in generale, con la storia e la società, argomento che si presta a riferimenti sia all’attualità (si veda il campionato mondiale di calcio femminile, in corso in questi giorni, e alle sue ricadute in termini di parità di genere) sia alla storia antica e moderna, dalle Olimpiadi antiche al culto del corpo e della competizione sportiva tipico, ad esempio, di fascismo e nazismo, ma anche dei Paesi dell’ex blocco sovietico.

Considerando complessivamente le tracce di tipologia C, posso osservare che in entrambe lo spunto di partenza è offerto dal ricordo di un personaggio che viene proposto come figura esemplare legata a un tema o a un episodio della storia italiana del ‘900 (la lotta alle mafie da un lato, la persecuzione degli ebrei dall’altro). L’impostazione delle tracce risulta di per sé piuttosto tradizionale, essendo basata su un testo di appoggio seguito da una consegna, formula spesso presente anche nelle tipologie C e D del “vecchio” esame di Stato; rispetto alle simulazioni, però, si nota un’inversione di proporzioni tra testo e consegna: a febbraio e marzo sono stati proposti testi relativamente brevi con una consegna piuttosto articolata, mentre ieri i testi erano più lunghi con consegne sintetiche (per non dire inesistenti, come nel caso della traccia C1).

Volendo fare un bilancio complessivo delle tracce, si può innanzitutto affermare che i timori che, assieme alla “vecchia” tipologia C, fosse scomparsa del tutto la storia dalla prima prova si sono rivelati infondati, data la possibilità di inserire riferimenti storici in molte delle tracce proposte, dalla A1 con il richiamo alla Prima guerra mondiale, alla B3 con un excursus generale sul Novecento, alla C2 con la Seconda guerra mondiale. Da non sottovalutare nemmeno Cittadinanza e Costituzione, parte integrante dell’orale, come si è detto, ma anche possibile argomento per le prossime tracce: già da quest’anno, infatti, abbiamo trovato riferimenti alle mafie e alla legalità. Anche come livello le tracce mi paiono piuttosto equilibrate e non tarate tutte necessariamente su un candidato liceale: si va dalla A1, assai dura da fare senza uno studio costante alle spalle, alla A2 e alla B1, che permettono discorsi più “trasversali” e legati meno strettamente a competenze testuali di stampo tecnico o a specifiche conoscenze disciplinari, alla B3, che richiede una buona dose di informazione e senso critico. La traccia C1 mi pare francamente la più difficile per lo studente medio, oltre che per i riferimenti alla storia recente, anche per la consegna molto vaga. C’è ancora qualche incoerenza per quanto riguarda il format delle tracce, ossia la presenza o meno di un titolo, di note esplicative o di pre-testi introduttivi, ma, per essere la prima volta che questa forma di prima prova scritta viene effettivamente utilizzata durante un esame, mi sembra che possiamo dirci, tutto sommato, sulla buona strada, proprio per la possibilità data agli studenti di dimostrare le proprie competenze in modi diversi, in primis quella di comprensione del testo, che la vecchia formula del saggio breve dava per scontata, con i risultati che sappiamo.

Ma ora su le maniche, che domani si parte con la correzione, e allora vedremo come se la sono cavata i ragazzi.

Che cos’è un voto

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Anche quest’anno scolastico, con tutte le sue fatiche, ma anche le sue soddisfazioni, è giunto al termine, ed è arrivato anche il momento di attribuire agli studenti i voti di fine anno. Ovviamente, ogni volta che se n’è parlato in classe, si è scatenato il putiferio, soprattutto da parte di quegli allievi che rischiavano di passare l’estate a studiare ma, comprensibilmente, non avevano alcuna intenzione di far sì che ciò avvenisse. Ecco che, dunque, gli ultimi giorni di scuola sono stati costellati in ogni minuto da domande su medie, mezzi voti e via discorrendo. Il tutto si è in qualche modo placato solamente dopo l’esposizione dei tabelloni, quando finalmente tutti gli studenti sono venuti a conoscenza del verdetto sul loro destino estivo.

Tutta l’apprensione intorno alle valutazioni è ovviamente comprensibile, poiché di fatto sono l’atto finale dell’anno scolastico, ma, per evitare infarti al solstizio d’estate, mi sembra opportuno cercare di capire cos’è davvero un voto.

Un voto non è un giudizio: in classe lo diciamo sempre che quando diamo un brutto voto non stiamo classificando lo studente come mentalmente limitato o incapace; e allo stesso modo ricevere un bel voto non significa automaticamente ottenere una specie di certificato del proprio valore.

Un voto non è un modo per fare una graduatoria tra gli studenti: non ha dunque senso, dopo una verifica o a fine anno, mettersi a fare confronti per vedere chi ha preso di più o di meno, facendo di un numero la misura della stima di sé stessi o degli altri.

Un voto non è un premio o una punizione: come conseguenza di quanto già detto, non è che con un brutto voto vogliamo punire lo studente che ci ha fatto arrabbiare o con un bel voto vogliamo far contento il nostro studente preferito (che magari, nell’immaginario collettivo, è pure quello un po’ ruffiano).

Un voto non è una linea di galleggiamento: quanti studenti fanno il conto della media che hanno a un certo punto dell’anno scolastico, per vedere se al compito successivo possono permettersi di prendere un’insufficienza (e, se sì, di che entità) senza rischiare il debito? E quanti, che invece sono a rischio, calcolano che voto più o meno stratosferico dovrebbero prendere per schivare un ipotetico ritorno a scuola a fine agosto?

E allora, cos’è un voto? È semplicemente la “misura” di quello che uno studente sa o sa fare, cioè di quanto ha appreso. Se è negativo, non significa che l’allievo non caverà mai un ragno dal buco: significa che deve lavorare di più, o in modo diverso, per apprendere quello che gli è necessario per progredire nel suo percorso educativo. Se è positivo, significa che l’allievo è sulla strada giusta, che però non va abbandonata, se si vuole che il percorso sia davvero efficace.

Ciò che conta, alla fine, non è il numero in sé, che è, se vogliamo, il segnale del traguardo, ma quello che si è “portato a casa” lungo la strada.

L’ultimo giorno

L’ultimo giorno della quinta superiore si vive con la gioia e con la gratitudine per aver percorso insieme un cammino importante, ma anche con tanta malinconia, perché ormai quel cammino è terminato, ed è un po’ come fare un salto nel buio. Oggi una parte del mio cuore è con quei ragazzi che ho accompagnato per una parte del loro viaggio, che fosse l’inizio, pieno di novità e incertezze, una tappa intermedia, in cui si può costruire qualcosa di bello, o la conclusione, in cui finalmente si tirano le somme e ci si accorge di quanto si è cresciuti. Spero davvero di aver messo anch’io in loro qualche semino che un giorno o l’altro germoglierà.
Cari giovani uomini e giovani donne, l’esame che vi attende non è la fine di tutto questo, ma l’inizio di qualcosa di ancora più meraviglioso. Vi abbraccio tutti!

Il matrimonio romano, Cicerone e Terenzia

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L’epistolario ciceroniano, oltre che informazioni sulla vicenda personale dell’oratore e sugli eventi storici della tarda repubblica romana, ci offre anche uno spaccato di vita quotidiana, e particolarmente interessante è il quadro che ne emerge relativamente al rapporto matrimoniale con Terenzia, da lui sposata in giovane età (lo sposo era ventisettenne e pronto ad avviarsi a una brillante carriera, mentre la sposa era diciassettene) e dalla quale divorziò in seguito alle difficoltà economiche e personali sorte dopo la guerra civile. Per comprendere pienamente ciò che le lettere di Cicerone ci possono raccontare, è bene per prima cosa fare qualche considerazione generale sul matrimonio romano.

In epoca romana esistono essenzialmente due generi di matrimonio: quello cosiddetto “con manus”, che prevede il passaggio della donna dalla potestas del padre a quella del marito, e quello “senza manus”, con il quale la donna, anche dopo essersi sposata, rimane sottoposta alla potestas paterna. Il matrimonio con manus può avvenire in varie forme: attraverso la confarreatio, che è la cerimonia più antica e solenne e prende il nome dalla farina di farro utilizzata nel rito; per mezzo della coemptio, che prevede la vendita simbolica della sposa al marito da parte del padre di lei; attraverso l’usus, cioè la coabitazione continuata degli sposi per almeno un anno. Per evitare che allo scadere dell’anno questo tipo di matrimonio risultasse valido, bastava che la sposa trascorresse tre notti fuori casa.

Tali differenti tipi non ricorrono con la stessa frequenza nei vari periodi della storia di Roma: mentre in epoca arcaica si riscontra quasi esclusivamente il matrimonio con manus, durante la repubblica si assiste all’affermarsi del tipo senza manus, che all’epoca di Cicerone è nettamente prevalente. Si è tentato di spiegare il graduale passaggio dal matrimonio con manus a quello senza manus prendendo in considerazione le vicende storiche della repubblica romana: prima le guerre puniche e poi le guerre civili avrebbero portato alla morte o comunque all’assenza di molti capifamiglia dell’aristocrazia di Roma, e di conseguenza la gestione del patrimonio domestico sarebbe ricaduta sulla responsabilità delle donne, che avrebbero quindi acquisito maggiore indipendenza; inoltre, l’accumulo di ricchezze dovuto alle guerre di conquista avrebbe fatto sì che le famiglie preferissero un tipo di matrimonio che permettesse di salvaguardare i propri beni. Si osserva infatti che, nel matrimonio con manus, le proprietà della moglie passano al marito, ma che la donna può avanzare pretese sulle ricchezze dell’uomo; con la scelta del matrimonio senza manus, dunque, si tutelava il patrimonio delle rispettive famiglie d’origine. Conseguenza della predilezione del matrimonio senza manus sarebbe stata la maggior frequenza dei divorzi, che potevano avvenire più facilmente.

Legalmente parlando, i due generi di matrimonio hanno, com’è naturale, differenti conseguenze sullo status della donna all’interno della famiglia: nel primo caso ella viene effettivamente considerata un membro della famiglia del marito, in una condizione equiparata ai figli, e anche i beni di lei, sia quelli facenti parte della dote sia le proprietà personali, passano al marito. Con il matrimonio senza manus, invece, la donna continua a far parte del gruppo familiare d’origine: con eccezione della dote, che per la durata del matrimonio rimane al marito, i beni di lei rimangono rigidamente separati da quelli di lui; alla morte del padre, inoltre, la moglie diviene sui iuris, sottoposta all’autorità di un tutor, che però in molti casi svolge soltanto un controllo formale, lasciando la donna praticamente libera di disporre dei propri beni di propria iniziativa.

Quest’ultimo caso, stando a quanto si può dedurre dalla corrispondenza ciceroniana, è proprio quello di Terenzia: già dalle lettere che Cicerone le indirizza dall’esilio, infatti, appare che le proprietà dei due coniugi sono chiaramente separate, tanto che, mentre quelle dell’oratore corrono il rischio di essere confiscate, la moglie gestisce liberamente ciò che possiede, arrivando anche a pensare di vendere un gruppo di case di sua proprietà per ricavare fondi da utilizzare in favore del marito esiliato. Ciò è ancora più significativo se si pensa che l’esiliato, che viene considerato legalmente morto (infatti l’aqua et igni interdictio è equiparata ad una sentenza capitale), perde il diritto di cittadinanza, e con esso viene meno anche il matrimonio: Terenzia, dunque, dal punto di vista della legge non sarebbe minimamente tenuta ad impegnarsi per il marito, ma evidentemente si sente legata a lui da un vincolo che va oltre quello strettamente formale del matrimonio. Dal momento che, per quanto riguarda le iniziative di Terenzia in ambito finanziario, non ci sono riferimenti al controllo di un tutor o alla potestas paterna, si può pensare che la donna, già in questo periodo, fosse sui iuris, e che il peso del tutor nelle sue decisioni fosse poco rilevante. La libertà d’azione della donna, chiaramente, non è limitata nemmeno dal marito, poiché da un punto di vista legale tra i due non esiste un vincolo familiare: nel caso di Terenzia, negli ultimi anni di matrimonio tale autonomia viene esercitata ad un livello tale da danneggiare gli stessi interessi di Cicerone, tanto da costituire uno dei probabili motivi del divorzio.

Poiché, in conseguenza del matrimonio senza manus, la donna rimane un membro della famiglia del padre, anche il legame con i figli nati dall’unione coniugale è dal punto di vista legale piuttosto debole: la madre non ha l’obbligo di mantenerli, e al momento di un eventuale divorzio essi rimarrebbero con il padre. Per quanto riguarda le questioni legate all’eredità, inoltre, bisogna osservare che, almeno per tutta l’epoca repubblicana, i legittimi eredi di una donna sposata senza manus, qualora costei dovesse morire senza testamento, sarebbero i membri della famiglia d’origine e non i figli: affinché almeno una parte del proprio patrimonio passi a loro, dunque, la madre deve specificarlo redigendo le proprie ultime volontà. Per questo motivo, nel caso di Terenzia, Cicerone fa pressione affinché la moglie faccia testamento in modo da favorire i figli: non è affatto scontato che la donna avrebbe lasciato i propri averi a Tullia e a Marco, nonostante il fatto che la madre esprima le proprie volontà in favore dei figli sia incoraggiato dalla famiglia e dalla società a tal punto che, se ciò non avviene, è possibile intervenire per via legale per far sì che il testamento venga corretto (e in questo caso si parla di querela inofficiosi testamenti). In questo caso, dunque, le aspettative sociali vanno oltre ciò che sarebbe previsto dalla legge, in modo tale che l’abitudine della madre di lasciare i propri beni ai figli viene trattata alla stregua di un obbligo morale nei loro confronti, e l’esempio di Terenzia ne è la dimostrazione.

È sempre il caso di Cicerone e Terenzia a mostrare che, nonostante le regolamentazioni della legge, il legame tra madre e figli è ugualmente sentito anche nel matrimonio senza manus, e ciò si traduce anche a livello economico: sempre all’epoca dell’esilio, è lo stesso Cicerone a pregare la moglie di contenere le spese, facendo in modo di conservare il patrimonio per i figli nel caso in cui gli sforzi per la riabilitazione dell’esule non andassero a buon fine. È interessante notare come l’oratore stesso, nel caso in cui il suo patrimonio fosse stato confiscato, per ottenere aiuti finanziari si sarebbe rivolto non alla moglie, ma al fratello Quinto: evidentemente, per una donna sposata senza manus il rapporto coi figli era sentito ancora più forte di quello col marito, il quale, d’altra parte, in caso di divorzio non avrebbe più avuto con lei legami di alcun tipo. Questa particolare
concezione della relazione con i figli, comportante anche obblighi economici, è la stessa che dovrebbe spingere Terenzia a favorire Tullia e il giovane Marco al momento di redigere il testamento.

A livello di organizzazione economica, dunque, il matrimonio senza manus prevederebbe teoricamente una totale indipendenza della donna dalla famiglia del marito, comprendente anche i figli generati dall’unione coniugale; in realtà, l’esempio di Cicerone e Terenzia mostra che nella pratica tale autonomia non si realizza. Ciò probabilmente avviene, oltre che per le pressioni della società, anche per i legami affettivi che si creano all’interno della famiglia nata dal matrimonio (non c’è ragione per credere che l’amore che Cicerone, durante l’esilio, dimostrava a Terenzia non fosse ricambiato, e che gli sforzi della donna per richiamare il marito non fossero dovuti anche all’affetto da lei provato nei suoi confronti) e per i doveri materiali, in particolare nei confronti dei figli, che tali legami comportano.

Catullo, il matrimonio e il fuoco

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Nei carmi catulliani che presentano riferimenti alla cerimonia nuziale vi sono richiami al fuoco, che tuttavia non si presentano mediante vocaboli come ignis o flamma, più  comuni, ma mediante termini tecnici, che si riferiscono ad uno specifico valore sacrale dell’elemento igneo nel rito nuziale: essi sono flammeum, che indica il velo color fiamma portato dalla sposa, fax e taeda, termini che individuano le fiaccole, e in particolare le torce nuziali presenti nel corteo che scorta la sposa verso la casa dello sposo. Questi riferimenti sono presenti per la maggior parte nel carme 61 (testo latino e traduzione), classificabile come carme nuziale, composto per il matrimonio di Manlio e Iunia (o Vibia) Aurunculeia, comprendente in sé tratti dell’imeneo, dell’epitalamio e del fescennino. Il fatto è piuttosto prevedibile, giacché si tratta, in definitiva, della rappresentazione di una cerimonia nuziale, di cui si illustrano le fasi principali (si riconoscono ad esempio la deductio, ossia il corteo nuziale che accompagnava la sposa a casa dello sposo, il mordace canto del fescennino, l’entrata della sposa in casa, che doveva avvenire con particolare cautela per evitare cadute di auspicio infausto, e la collocatio della giovane nel letto nuziale da parte delle pronubae); i termini in questione si riferiscono dunque ad elementi effettivamente presenti nelle circostanze descritte. L’individuazione delle fasi del rito nuziale, tuttavia, non può che essere approssimativa e indicativa, dal momento che Catullo, nel comporre il carme 61, non ha affatto intenzione di riprodurre le usanze matrimoniali romane in modo preciso, quanto piuttosto di ravvivare dei motivi tradizionali con l’inserzione di elementi pittoreschi e particolari folcloristici.

Fuori dal carme 61 si riscontra solo la presenza di taeda, al singolare o al plurale, per indicare metonimicamente il matrimonio; ciò avviene nei carmi 64 (testo latino e traduzione), nel quale all’argomento principale, il matrimonio di Peleo e Teti, si intreccia una digressione sull’abbandono di Arianna da parte di Teseo (ai vv. 25 taedis felicibus “con prospere nozze” e 302 nec Thetidis taedas voluit celebrare iugalis “non può onorare le fiaccole nuziali di Teti”, dove il significato originario è posto su un piano secondario) e 66 (testo latino e traduzione), traduzione parzialmente rielaborata della Chioma di Berenice callimachea, che celebra della fedeltà coniugale di Berenice (v. 79 optato quom iunxit lumine taeda, “dopo che la fiaccola vi unì con desiderata luce”, anche se il senso di ‘torcia nuziale’ non viene perso del tutto). Entrambi i componimenti appartengono al gruppo dei cosiddetti carmina docta, che comprende anche il carme 61; in generale, dunque, si può affermare che i termini tecnici indicanti la presenza del fuoco nel rito nuziale si ritrovano esclusivamente nel contesto dei carmina docta, generalmente di argomento e stile più elevati rispetto ai polimetri e agli epigrammi, gruppi di cui fanno parte i carmi di invettiva contenenti riferimenti al fuoco come elemento concreto.

Anche in questo caso, tuttavia, si deve tener conto del fatto che, come la menzione del fuoco in senso materiale si carica spesso di sfumature relative alla valenza sacrale dell’elemento, così la presenza ignea nella cerimonia nuziale non è esente da significati di tipo magico-religioso, riguardanti in particolare il potere fecondante attribuito al fuoco stesso. Nicole Boëls (BOËLS, La fiancée embrasée, in Hommage à Henri Bonniec – Res sacrae, Bruxelles 1988, pp. 19-30), interrogandosi sul significato del flammeum, il cui nome e il cui colore sono in stretta relazione con le fiamme, dimostra che anche in questo caso il valore legato all’auspicio di fecondità per la sposa gioca un ruolo di primo piano (anche se molto probabilmente all’epoca di Catullo questo non era che un residuo di credenze arcaiche ormai entrato a far parte della tradizione). Le argomentazioni che portano a queste conclusioni sono le seguenti: dal momento che questo velo rosso-arancione veniva portato esclusivamente dalla sposa (nel giorno delle nozze) e dalla flaminica Dialis (che era invece tenuta a portarlo tutti i giorni), si è ipotizzato che ciò fosse da porre in relazione con il culto del fuoco, nel caso della sposa quello del focolare domestico e nel caso della flaminica quello dell’altare di Giove, ma quest’interpretazione va esclusa, dal momento che il ruolo della flaminica non ha nulla a che vedere nemmeno con lo stesso Giove, e d’altra parte le Vestali, sacerdotesse addette al culto del fuoco, non indossano il flammeum. Considerando invece che nella stessa mitologia romana vi sono alcune leggende, legate alla nascita di personaggi eroici (come Servio Tullio, il fondatore di Preneste Caeculus e gli stessi Romolo e Remo, stando ad una versione meno nota del mito riportata in Plut. Rom. 2), che prevedono che una vergine venga fecondata da una scintilla del fuoco del focolare o da un genio apparso tra le sue fiamme, si può comprendere il senso del flammeum, velo di fiamma che avvolge la sposa nel giorno delle sue nozze; nel caso della flaminica Dialis, che porta questo velo tutti i giorni e ha il ruolo pubblico di incarnare la matrona ideale, ma tuttavia non è tenuta ad avere figli, il potere fecondante del fuoco non è limitato a lei, ma si estende alla collettività.

La sposa, dunque, mette il flammeum nel giorno delle nozze perché le garantirà un matrimonio fecondo; la flaminica Dialis, invece, tenuta a indossarlo tutti i giorni, lo porta come augurio di fecondità non per sé stessa, ma per la collettività. La Boëls, inoltre, individua anche nella taeda di biancospino, accesa dalla sposa al focolare paterno, nonché in tutti gli altri casi in cui il fuoco è presente nel rito nuziale (la confarreatio aqua et igni adhibitis, l’accoglienza della sposa da parte dello sposo aqua et igni), un riferimento al potere fecondante del fuoco, che viene inoltre legato al sesso maschile, così come l’acqua è legata a quello femminile: nella cerimonia tradizionale, infatti, avviene l’unione dei due elementi, che i filosofi antichi spiegavano come simbolo del congiungimento tra uomo e donna. Si veda a questo proposito Varr. L. L. 5, 61 igitur causa nascendi duplex: ignis et aqua. Ideo ea nuptiis in limine adhibentur, quod coniungitur hic, et mas ignis, quod ibi semen, aqua femina, quod fetus ab eius humore, et horum vinctionis vis Venus (“Dunque due sono le cause della nascita: il fuoco e l’acqua. Perciò nelle nozze si fa uso di questi elementi sulla soglia, e con essi si fa l’unione, e il fuoco è maschio, poiché vi è il seme, e l’acqua è femmina, poiché il feto si forma dall’umore di essa, e la virtù dell’unione di questi due elementi è detta Venere”).

In conclusione, dunque, l’utilizzo di taeda per indicare la cerimonia nuziale o alludere ad essa evidenzierebbe la legittimità dell’unione matrimoniale in questione, spesso definita per opposizione a rapporti, coniugali o non, di tipo diverso, come quello di Teseo e Arianna nel carme 64 (in antitesi alla coppia formata da Peleo e Tetide) o quello disonorato dalle mogli fedifraghe nel carme 66 (in contrasto con le spose fedeli, che possono onorare la Chioma di Berenice con libagioni di profumi). Questo avviene per il carattere di sacralità attribuito al fuoco nell’ambito della cerimonia nuziale, specialmente da parte dei Romani, che, oltre a condividere con i Greci l’uso delle torce nuziali, impiegavano anche il flammeum, legato cromaticamente ed etimologicamente alle fiamme. Catullo sfrutta la presenza del fuoco nella cerimonia nuziale per creare espliciti effetti pittorici e ravvivare così una materia consueta, associando l’elemento folcloristico a quello coloristico e luminoso, oppure per sottolineare, mediante un’innovazione lessicale, la legittimità di un’unione, menzionando un elemento tipico della cerimonia nuziale tradizionale passibile di connotazioni sacrali.