Il sugo di tutta la storia

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Questa conclusione, benché trovata da povera gente, c’è parsa così giusta, che abbiam pensato di metterla qui, come il sugo di tutta la storia.
La quale, se non v’è dispiaciuta affatto, vogliatene bene a chi l’ha scritta, e anche un pochino a chi l’ha raccomodata. Ma se in vece fossimo riusciti ad annoiarvi, credete che non s’è fatto apposta.

Quando si finisce di leggere i Promessi Sposi, scatta un applauso spontaneo anche nelle classi più distratte, immagino dovuto anche a un senso di sollievo. In genere è abbastanza difficile avere l’attenzione degli alunni durante la lettura del romanzo di Manzoni, vuoi per il linguaggio antiquato, vuoi per la vicenda ormai lontana dal nostro tempo, vuoi per i valori che l’autore vuole trasmettere, così estranei alla sensibilità dei giovani.

Però in tutto ciò c’è sempre qualcuno che rimane particolarmente toccato dalle vicende della giovane Gertrude, o che si immedesima nell’impulsività di Renzo, o che si commuove di fronte alla scena tragica della madre di Cecilia. Ciò avviene, più che durante la lettura in classe (che, per quanto svolta con la partecipazione degli studenti, che leggono le parti dei personaggi, richiede un notevole sforzo di attenzione), durante lo studio per verifiche e interrogazioni, che permette agli allievi di analizzare con i propri tempi il testo, aiutandosi anche con riassunti per evidenziare le parti più importanti e commenti per capire quelle più difficili. Ho visto più volte alunni svogliatissimi a lezione ed entusiasti alle interrogazioni, e avviene che la lettura degli ultimi capitoli avvenga con molta più attenzione rispetto a quella dei primi, anche perché ormai si fa viva la voglia di sapere come va a finire. (Beninteso, è chiaro che sanno già che i Promessi si sposeranno; il gusto è sapere come arriveranno a farlo).

Insomma, il sugo della storia qual è? Che per raccogliere bisogna continuare a seminare e a coltivare, senza perdere la fiducia: se il terreno è buono qualcosa cresce, spesso non subito, ma con un po’ di pazienza. Penso che, se per prima credo in quello che faccio, anche gli studenti ne coglieranno l’importanza. Ma se per caso sono riuscita ad annoiarli, non s’è fatto apposta.

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Fenomenologia dell’interrogazione

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Le interrogazioni sono certamente uno dei momenti più temuti dagli studenti (io stessa al liceo ne ero letteralmente terrorizzata), ma per l’insegnante è un modo per rendersi conto, oltre che della preparazione dei suoi allievi, anche del loro carattere: dietro un giovine particolarmente spavaldo si può nascondere un fanciullino timoroso, così come una ragazzina timida e silenziosa può in realtà essere padronissima dei contenuti studiati e pure efficace nell’esprimerli. Dopo un tot di colloqui, comunque (e arrivato a metà maggio il docente medio ne ha visti parecchi), sono individuabili alcune tipologie di studente interrogato dalle caratteristiche ricorrenti. Ecco le principali, in ordine rigorosamente sparso.

  • Il conte Mascetti: tipologia sempre più rara, si tratta del tipico studente che cerca di mascherare la scarsa preparazione con voli pindarici atti a disorientare l’insegnante. Il quale, di solito, lungi dal farsi abbindolare, con una domandina secca abbatte il volatile pindarico smascherando la supercazzola.
  • L’oratore alla Totti: parla come mangia, utilizzando invariabilmente un registro colloquiale (“menefreghismo” per “noncuranza”, “casino” per “confusione” e via discorrendo) che lo porta talora a sconfinare nel dialetto o a commettere inenarrabili strafalcioni sia di pronuncia sia di sintassi.
  • Il pellegrino di Lourdes: esce alla cattedra reggendo rosari e con santini infilati in tutte le tasche (di santi cristiani, o divinità pagane antiche e moderne, tipo Alberto Angela) come amuleto anti-ansia. A volte se li rigira in mano tipo antistress.
  • Lo scaramantico: talora rosari e santini sono sostituiti, più laicamente, da normali portafortuna; in altri casi ancora lo studente indossa capi d’abbigliamento o accessori rituali (fermacapelli, calzini, anelli, braccialetti…) per sentirsi più sicuro.
  • L’ansioso: figura sempre più comune, spesso di sesso femminile; tende a presentarsi all’interrogazione in coppia, e in questo caso le due ansiose si tengono la manina o comunque si siedono vicine per rassicurarsi. Qualche volta l’ansia si trasforma in un ostacolo insormontabile, e allora il compito dell’insegnante è quello di tranquillizzare l’interrogata permettendole di trovare le forze mentali per mettere insieme un discorso. In qualche caso piange e viene mandata in bagno. (A me fanno tenerezza, quando è chiaro che non è una strategia.)
  • L’insicuro: teme costantemente di essere giudicato: studia in modo maniacale e quindi sa le cose, ma ha difficoltà a esprimersi. È distinto dall’ansioso in quanto ha un’emotività abbastanza controllata da non bloccarsi e poter dunque seguire le indicazioni dell’insegnante. Potenzialmente fragile ma soccorribile abbastanza facilmente.
  • L’annalista: come gli storici romani alla Fabio Pittore e Cincio Alimento, risponde alle domande partendo da Adamo ed Eva, perché si è imparato l’argomento così. L’insegnante, capendo che, data la partenza, la risposta richiesta arriverà dopo circa 20 minuti dalla domanda, prima guarda l’orologio, poi interviene invitando l’aspirante Tito Livio a una maggior sintesi.
  • Il registratore: di tipologia affine all’annalista, ripete esattamente tutto ciò che dice il libro o tutto ciò che ha detto l’insegnante a lezione, battute comprese. A volte ripete anche gli errori di trascrizione (“ho sbagliato a prendere appunti”).
  • Lo sparatore casuale: risponde alle domande con la prima cosa che gli viene in mente, sperando di azzeccarci. I risultati sono spesso esilaranti.
  • Il pianificatore: in caso di interrogazioni programmate esce sempre per ultimo, ascoltandosi tutte le interrogazioni degli altri (rigorosamente dal primo banco), annotando tutte le domande e chiedendo ossessivamente all’insegnante quali argomenti dovrà studiare.
  • Il furbastro: esiste da quando esistono le interrogazioni; cerca di occultare bigliettini e di carpire eventuali suggerimenti dei compagni utilizzando i sensi di ragno o leggendo il labiale. Quando il professore interroga alla cattedra guardandolo negli occhi, è facile che qualche altarino venga scoperto.
  • Il temerario: esce avendo studiato solo un argomento di quelli del programma e sperando che gli venga chiesto solo quello, venendo ogni volta deluso e rimediando un 4. A volte esce direttamente senza studiare, sperando in un colpo di fattore C. Che arriva molto di rado.
  • Il pacchificatore: figura che compare regolarmente in qualsiasi caso si organizzi un’interrogazione programmata; quando tocca a lui si eclissa, nella maggior parte dei casi senza avvisare preventivamente i compagni, i quali si trovano nel panico più totale non avendo affatto studiato e dovendo comunque offrire al prof una vittima sacrificale. Egli viene così maledetto con un anatema per sette generazioni.
  • Il comandante: figura non consueta, che a volte tuttavia si presenta; vorrebbe gestirsi lui le interrogazioni parlando solo di quello che vuole lui e/o richiedendo interrogazioni di recupero ad libitum in caso di brutti voti. È naturale dedurne che rende al docente la vita non proprio facilissima.
  • Quello davvero preparato: a volte esiste, e allora è un gusto.

Libri giusti al momento giusto (Cervantes, Bulgakov, Hašek)

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Riflettendo sulla “piega” da dare al blog, e considerando che, date le materie che insegno, la letteratura fa parte integrante del mio lavoro, mi è parsa una buona idea iniziare un nuovo filone di post: vorrei cominciare a parlare in modo regolare (più o meno, a seconda del tempo libero che ho), oltre che di scuola, alunni e metodi didattici, anche di libri, ma in modo abbastanza libero, a cavallo tra lavoro (ossia libri che posso utilizzare in classe o per aggiornarmi) e tempo libero (ossia le letture che faccio per conto mio), campi che, in realtà, spesso sconfinano l’uno nell’altro.

Vorrei partire proprio con i libri “da tempo libero”, anzi con alcuni libri che per me sono legati a ricordi particolari. Qualche tempo fa ho partecipato a un contest indetto su Facebook da Antonella di My books’ Garden, che chiedeva ai followers della sua pagina di segnalare tre libri a cui erano particolarmente legati. Ho partecipato anch’io, e il relativo post si può trovare qui. La foto dei libri è mia, fatta sul tavolo del mio salotto, un po’ sgranata per aver fatto due-tre giri di upload e download, ma vabbè.

Ho scelto questi libri (tra i tanti che ho adorato) non solo perché li trovo stupendi, ma soprattutto perché sono legati a precisi momenti della mia vita.
Miguel de Cervantes, Don Chisciotte: il primo incontro serio con questo libro è capitato in seconda media, quando l’insegnante di italiano ce lo fece leggere in classe: avevamo un’ora a settimana che dedicavamo, appunto, alla lettura completa (ad alta voce, e a turno) di un libro, e ricordo che la attendevo sempre con ansia. Leggemmo il Chisciotte in forma ridotta, ovviamente: per il momento mi accontentavo anche così, ma la curiosità di sapere cosa ci fosse nelle parti tagliate (riassunte qua e là da note esplicative) si faceva sentire, e come. A un certo punto ebbi per mano anche la versione ironica e delicata a fumetti di Gino Gavioli, uscita con Il Giornalino. A fine anno, dopo la conclusione della lettura, facemmo anche una recita scolastica, con la sceneggiatura scritta dalla nostra prof, con Sancho Panza (con basco e panza finta) che parlava in dialetto veneto e un Ronzinante a rotelle, dal muso più tapiresco che cavallino, ricavato da un’asse di compensato: ho ancora la videocassetta da qualche parte (io facevo la parte della governante, sentenziosa e tutta vestita di nero). Solo qualche anno fa, dopo la titanica fatica del dottorato, ho trovato il tempo di leggerlo integralmente. Alla lettura delle prime pagine mi sembrava di risentire la voce del mio compagno di classe che faceva il narratore e introduceva la recita facendo finta di suonare la chitarra; è stato un ritorno all’infanzia, un riappropriarsi di una storia che in qualche modo ho sempre sentito un po’ mia, che mi ha anche aiutata, con l’entusiasmo di Chisciotte e con il realismo di Sancho, a riprendermi dall’enorme stanchezza fisica e mentale che avevo addosso dopo tre anni di tesi. Alla fine della lettura, con il rinsavimento e la morte del protagonista, ho sentito una tristezza simile a quella che si prova dicendo addio a una persona cara. Ne posseggo anche una bella edizione in spagnolo, con le pagine sottilissime, col taglio delle pagine tutto decorato e con una cartina pieghevole per seguire le peregrinazioni di Don Chisciotte e Sancho Panza, che un giorno ho voglia di leggere, con tanta pazienza e con l’aiuto di un buon dizionario.
Michail Bulgakov, Il maestro e Margherita: ho incontrato questo libro durante l’ultimo anno di liceo, in prestito da una compagna di classe senza che glielo chiedessi (anche perché mi guardo bene dal chiedere libri in prestito a qualcun altro: in generale ho un rapporto un po’ conflittuale con l’idea stessa del prestito, biblioteche a parte), con le parole “secondo me ti piace, leggilo”. Aveva ragione. Appena ho iniziato a leggerlo, sono rimasta irresistibilmente catturata dall’atmosfera surreale, dall’alternarsi delle storie, dalla variazione dello stile, ora ironico, ora serio, ora sublime, dal modo di trattare temi come l’amore e il soprannaturale divino e demoniaco. Ci sono rimasta appiccicata, credo di averlo finito in due giorni, nonostante l’ovvia mole di studio della terza liceo, che per me è stata un periodo particolarmente delicato. Ma forse era proprio quello di cui avevo bisogno in quel periodo delicato. Me lo portavo ovunque. Appena l’ho ritrovato (anni dopo, nell’edicola del paese) l’ho acquistato: la traduzione (pur non strepitosa) è la stessa della mia prima lettura e ne sono felice. Curiosamente, però, non riesco a rileggerlo dall’inizio alla fine, ma solo a pezzi, qua e là, come se ci fosse qualcosa nella storia (e, a pensarci un po’ su, so anche cosa, ovvero il rapporto tra il Maestro e Margherita) che mi è entrato troppo nel profondo, forse per qualche corda interiore che risuona allo stesso modo, e che sarebbe troppo delicato da riportare in superficie.
Jaroslav Hašek, Le vicende del bravo soldato Švejk: l’ho acquistato qualche tempo fa, raccogliendo la segnalazione di un amico, per ripescarlo in coincidenza dei cent’anni della grande guerra. Ho scelto un momento tattico per la lettura: la gita a Praga della mia quinta. Non ha prezzo, ad esempio, leggere sul libro il nome di České Budějovice, poi guardare fuori dal finestrino della corriera e vedere proprio le indicazioni per České Budějovice, così come si capiscono meglio certe scene ambientate in piazza Venceslao quando si vede coi propri occhi com’è fatta (stretta e lunga, quasi più un corso che una piazza, e vederla in foto è diverso che essere là e passeggiarci). È anche per questo che, quando faccio qualche viaggio, cerco il più possibile di portare con me letture relative alla destinazione che mi attende. Degne di nota anche le espressioni dei miei alunni nel sentirsene consigliare la lettura, per l’attinenza al programma, e vedere che razza di volumazzo mastodontico fosse. Irresistibile il taglio comico con cui l’autore descrive le disfunzioni dell’esercito austro-ungarico in preparazione alla guerra (talmente tante che alla fine del romanzo, ahimè incompiuto, il fronte non si è ancora visto), così come la caratterizzazione dei personaggi, a partire dal protagonista: all’inizio non si capisce bene se ci sia o ci faccia, ma ben presto diventa chiarissimo che ci fa alla grande. Una menzione particolare va agli ufficiali, uno più incompetente e borioso dell’altro, tanto che pensare a loro mi aiutava a ridere dei disguidi e degli inconvenienti che ogni tanto capitavano in gita. L’estate successiva al viaggio e alla lettura, a ridosso della pubblicazione dei risultati degli scritti del concorso, nel mio paese è stata allestita una versione teatrale della storia di Švejk, e allora, per non rimanere a casa da sola nella paranoia più totale, ho invitato papà e fratello a venire con me a vederla. Due conclusioni: 1. Švejk ha conquistato anche loro (in particolare papà, memore del servizio militare negli alpini e delle relative trovate burlesche dei commilitoni); 2. ancora una volta è la grande letteratura che mi ha aiutata a rimanere sana di mente.

Studio antropologico del viaggio d’istruzione

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La primavera è per tutte le scuole la stagione in cui avviene la maggior parte delle uscite didattiche e dei viaggi d’istruzione; che tali uscite durino un giorno o più, è alta la probabilità che nella scolaresca siano presenti esemplari di alcune di queste tipologie di studenti (considerando anche che talora uno stesso esemplare riassume in sé più tipologie, declinabili sia al maschile sia al femminile).

  • Il ritardatario: quando gli si danno un’ora e un luogo dove bisogna trovarsi, è sempre lui quello che bisogna aspettare. Solitamente lo si individua già al momento di partire, poiché è l’ultimo a salire in pullman. Particolarmente rischioso dopo le pause pranzo o alla fine delle soste in autogrill. L’insegnante che accompagna la classe può prevederne la presenza osservando gli ingressi degli studenti in aula all’inizio della mattinata o dopo ricreazione.
  • L’affamato cronico: se fosse per lui avrebbe sempre le mandibole in moto stile criceto, e di solito parte munito di una scorta di viveri da emergenza nucleare, in modo tale da non rischiare cali di zuccheri. È tranquillamente capace di ordinare due piatti di pasta (più antipasto e dolce) in trattoria, o di sbranarsi un paninazzo imbottito alle 9, uno alle 11 e uno alle 13 (contornati da patatine e dopo abbondante colazione), o anche di scofanarsi un piatto di pasta e fagioli / cotechino e crauti / canederli al sugo alle 16 (avendo ovviamente pranzato). Di solito in una scolaresca ve n’è più d’uno; in tal caso è estremamente probabile l’effetto locusta (con subitanea sparizione di tutto ciò che è contenuto in vetrina) all’ingresso in un bar. Può declinarsi in due sottotipi: mangiatore di schifezze (in tal caso nel suo zainetto abbonderanno patatine et similia, i pranzi saranno prevalentemente consumati nei fast food e le soste in autogrill saranno dedicate alla compera di dolciumi vari da consumarsi durante il viaggio; tende a mangiare anche in pullman mandando il conducente su tutte le furie) e gourmet (in cerca delle specialità del luogo e pronto anche a fare acquisti di prodotti tipici, che nella maggior parte dei casi giungeranno intonsi a casa).
  • Il nato stanco: quando c’è da camminare ha sempre le gambe pesanti e il fiatone, e tende alla lamentosità. Si rivela in modo rapidissimo in caso di escursioni naturalistiche, visite a palazzi ricchi di scale o gite in borghi medievali con stradine in salita e in discesa. La città d’arte che ne vede le più palesi epifanie rimane in ogni caso e senza dubbio Venezia.
  • L’incontinente: provvisto di vescica dal funzionamento problematico, ha sempre bisogno di andare in bagno (anche perché non perde occasione per bere dalla bottiglietta di acqua o bibita che si porta sempre dietro). Ogni toilette è sua, e il docente accompagnatore ha perso il conto di tutti gli espletamenti di bisogni corporali da lui effettuati. Gli spostamenti in pullman sono il tipico contesto della manifestazione delle sue esigenze (tanto da richiedere talora soste di emergenza e corse nei campi). Il suo comportamento è facilmente prevedibile osservando l’andamento dei ritmi biologici nella quotidianità della classe: infatti di solito, in una normale mattinata, chiede di andare ai servizi al minimo 2-3 volte. Solitamente è femmina.
  • Il distratto: mediamente non gli interessa molto ciò che gli succede intorno, e si distingue per la posizione costantemente defilata (in coda alla comitiva negli spostamenti, o all’esterno del gruppo durante le soste) e per il chiacchiericcio continuo con coloro che appartengono alla sua stessa tipologia. Ovviamente qualsiasi spiegazione viene ascoltata soltanto in minima parte. Ama però farsi i selfie, anche perché spesso la distrazione materiale è collegata a una solida presenza nel mondo dei social media. Tende a perdere i propri oggetti personali e pure altri oggetti (un’attenzione particolare va posta alle chiavi della camera dell’albergo); pur essendo più puntuale del ritardatario, scadenze e pagamenti sono spesso un problema perché se ne dimentica.
  • L’originale: quella figura di studente a cui tendenzialmente non va bene nulla e che trova sempre il modo di fare quello che vuole lui, o comunque di chiedere di poterlo fare. Se la tabella di marcia prevede la visita a un museo, insisterà per poterla saltare e fare invece una visita diversa (e in questo caso verrà accuratamente mazzolato dal docente accompagnatore); se c’è il divieto di fare il bagno nel lago, egli in men che non si dica si troverà coi piedi a mollo, guadagnandosi seduta stante una nota sul registro. Tende alla protesta e alla polemica. Un particolare sottotipo di studente originale è la studentessa gattamorta, che, nonostante qualsiasi raccomandazione, anche se è pieno inverno e c’è la brina per terra viene via vestita poco per mettersi in mostra, e che solitamente al ritorno rimane assente per alcuni giorni, preda di qualche virus.
  • Il nottambulo: figura tipica dei viaggi d’istruzione con pernottamento, il suo obiettivo reale è fare festone e quindi uscire la sera (coinvolgendo quindi il docente accompagnatore) o più tipicamente fare le ore piccole in albergo intrattenendosi coi compagni. La reazione alle ronde notturne del docente può variare: c’è il nottambulo serio che, dopo essere stato visitato dall’insegnante, si mette tranquillo (magari stando sveglio lo stesso ma parlando sottovoce) e il nottambulo incallito che nemmeno apre la porta all’insegnante e continua a farsi i cavoli suoi. A una certa ora però si calmano anche gli incalliti. Miracolosamente, data la giovane età e l’abbondanza di energie, la scarsità delle ore di sonno non ha conseguenza alcuna sullo stato mentale del giorno successivo, mentre il docente che eventualmente abbia accompagnato gli studenti nell’uscita serale ha bisogno di una flebo di caffè.
  • Il simpatico umorista: pagliaccio di classe già durante le normali lezioni, nei viaggi d’istruzione dà il meglio di sé rendendo la classe facilmente riconoscibile in luoghi pubblici (anche se il suo comportamento si rivela gravemente imbarazzante soltanto in rari casi). Sempre con la battuta pronta, a volte inopportuno (quando tali battute, magari con qualche doppio senso, gli escono durante una visita guidata), proclive all’organizzazione di gare di barzellette per alleviare la noia degli spostamenti in pullman. Spesso punto di riferimento nei momenti di relax (pausa pranzo, sera…).
  • L’ingegnere: tipo raro, ma, quando c’è, è una fortuna. Solitamente si tratta del rappresentante di classe. Fa da braccio destro al docente per qualsiasi evenienza (raccolta di adesioni o di soldi, coordinazione del gruppo, comunicazioni veloci…); le sue parole d’ordine sono metodo ed efficienza. Anch’egli facilmente individuabile già nella vita di classe quotidiana, solitamente riceve l’incarico già al momento di organizzare la gita. Indiscutibile consolazione per il docente.

Disposizione delle diverse tipologie di studenti all’interno del pullman (tenendo in considerazione che la tendenza a viaggiare in piedi si innalza a seconda di quanto indietro si va):

  • Sedili anteriori: ingegnere (per questioni organizzative), simpatico umorista (spesso al microfono; quando non è al microfono tende a mischiarsi ai casinisti), ritardatario (si siede negli ultimi posti rimasti).
  • Sedili in mezzo: affamato cronico, nato stanco, incontinente (è la zona dell’autobus da cui statisticamente si leva la quota maggiore di lamentele).
  • Sedili posteriori: nottambulo, originale, distratto (sono quelli per cui il viaggio d’istruzione non ha alcunché di didattico, e quindi cercano di massimizzare le probabilità di fare casino in modo efficace). Spesso cantano canzonacce con un’intonazione completamente a caso (oltre alle classiche hit “Se facciamo un incidente muore solo il conducente” o “La porsea”, che comunque hanno rimpiazzato vecchi successi come “Azzurro” o “Quel mazzolin di fiori”, si segnala la progressiva diffusione, apparentemente immotivata, dei canti di chiesa, tipo questo) o ascoltano musica da discoteca a palla.

Sogni mostruosamente proibiti

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Nel mondo della scuola, l’avvento della tecnologia digitale ha cambiato molte cose: si pensi soltanto al registro elettronico, che ha praticamente mandato in pensione quello cartaceo (che era duplice, di classe e del professore) e permette anche a genitori e allievi di avere sott’occhio in ogni momento la situazione; si aggiunga la LIM, che arricchisce la didattica di molteplici possibilità; inoltre, ci sono perfino alcuni istituti che dotano gli studenti di un badge che, strisciato in un apposito totem all’ingresso, permette di registrare in automatico assenze, ingressi e uscite.

Tuttavia la parte più faticosa del nostro lavoro non è la didattica, e nemmeno la burocrazia scolastica, ma la gestione della disciplina, che ogni giorno ci consuma un sacco di energie e fa sì che, ogni volta che torniamo a casa, dobbiamo fissare il vuoto per almeno una mezz’ora prima di riprendere conoscenza e metterci a fare una qualsiasi attività. Considerando la questione tra il serio e il faceto, ho provato a pensare a quali ipotetici e avveniristici strumenti tecnologici potrebbero dunque esserci d’aiuto in ciò.

Innanzitutto, quanti di noi, durante le verifiche, girano continuamente per la classe sondando con lo sguardo sopra i banchi, sotto i banchi, dietro i termosifoni e per terra e richiamando gli studenti non appena fanno gesti inconsulti o si chinano troppo verso una direzione qualsiasi o chiamano un compagno (a cui magari stanno chiedendo una gomma), con il risultato di lasciarsi magari sfuggire scopiazzi madornali che avvengono alle nostre spalle mentre, appunto, stiamo attenti ad altro? Purtroppo Argo dai cent’occhi era solamente una creatura mitologica, siamo esseri umani (magari a volte pure un po’ rimbambiti) e può sempre scapparci qualcosa. Che cosa potrebbe offrirci di meglio la tecnologia, in questo caso, che un bel drone da compito? Esso, in assistenza al docente che gira per i banchi, potrebbe sorvolare gli studenti intenti allo svolgimento della verifica e con un sensore percepire eventuali anomalie nel comportamento ed emettere un segnale di richiamo o eventualmente sparare una freccetta con ventosa che vada a colpire il banco o lo studente stesso (senza effetti contundenti). Segnali di richiamo e freccette andrebbero poi contati e, a seconda del loro numero, influirebbero per sottrazione sul voto della verifica.

Un altro dei principali motivi per cui il docente medio, tornando a casa, sente il bisogno di fissare il vuoto è il livello dei decibel prodotti dalla classe, soprattutto se quest’ultima è particolarmente numerosa, e ultimamente succede molto spesso, soprattutto al biennio, con classi che superano tranquillamente i 30 allievi. Richiamarli collettivamente implica fare un torto a quelli che vogliono stare attenti, e richiamarli singolarmente significa ricevere proteste del tipo “ma non sono mica solo io”, e in ogni caso dopo pochi minuti si è quasi sempre ai passi di prima. Stando così le cose, quest’anno mi sono scaricata sul tablet l’app del fonometro, per misurare il rumore prodotto dalla classe facendo capire agli studenti che dover spiegare con un rumore di fondo di 70 decibel di media significa dover farsi capire da uno che ha una motocicletta a un metro dalle orecchie. Ogni tanto vagheggio la possibilità di installarne uno da muro direttamente collegato al registro elettronico, che, superata una certa soglia (che potrebbe essere collocata, per ipotesi, intorno agli 80 decibel, che è veramente tanto) un tot di volte o per un tempo abbastanza prolungato, metta direttamente una nota.

Altro problema quotidiano della vita di classe sono le uscite per andare in bagno, diritto sacrosanto e intoccabile dello studente, certo, ma l’approfittarsene è all’ordine del giorno, sia negli scopi (per andare alle macchinette, a rifarsi il trucco, a messaggiare col moroso o con la morosa, o anche semplicemente a farsi un giro…) sia nella frequenza (capita spesso, infatti, che lo stesso alunno chieda di uscire più volte al giorno, anche in ore consecutive). A tal proposito utilissimo sarebbe avere in classe un totem tipo quello dell’ufficio postale, che permetta all’alunno di selezionare il motivo per cui chiede di uscire (bagno, bagno urgente, segreteria, telefonata a casa, distributori automatici ma solo dopo educazione fisica…) dandogli un ticket col suo numero di turno, basato sulle richieste del plesso; un apposito display gli indicherebbe quando poter uscire.

In effetti, tuttavia, tali strumenti semplificherebbero certo la vita dell’insegnante e ne allevierebbero lo stress, però forse risulterebbero “poco formativi” e decisamente pavloviani, con un effetto che ricorda un po’ quello dei recinti elettrificati nei pascoli. L’idea è che gli studenti dovrebbero imparare come comportarsi attraverso il confronto con i compagni e con gli insegnanti, al di là di automatismi e tecnologie di questo genere. Ma fantasticare rimane comunque molto bello (e drone da compito, fonometro da muro e ticket del bagno rimangono ancora dei marchingegni usati come spauracchio per ottenere con ironia un minimo di disciplina), e, continuando a ruota libera con i deliri, il sogno didattico più fantastico (e forse più proibito) che mi viene in mente è quello degli “outfit da lezione”, ossia di poter far lezione abbigliata in modo acconcio all’argomento. Spiegare gli Egizi vestita da Nefertiti o la Divina Commedia vestita da Beatrice, per capirci. Sarebbe indubbiamente fichissimo. Ma richiederebbe un numero indefinito di risorse in termini di abiti e accessori e una capacità di cambiarsi d’abito al limite del trasformismo, e quindi risulterebbe perciò stesso impraticabile. In ogni caso, dato che è un sogno molto bello, mentre sono in classe e spiego immagino lo stesso di trovarmi negli ambienti che descrivo, di avere davanti ciò di cui parlo, e magari di essere davvero vestita come Aspasia, monna Vanna o Gertrude, e mi pare di spiegare un po’ meglio.

Ille mi par esse deo videtur…


Continua la serie dei divertissements di Catullo in veneto. Oggi che è San Valentino è la volta del celeberrimo carme 51, quello “della gelosia”, a sua volta ispirato al frammento 31 di Saffo.

Ille mi par esse deo videtur,
ille, si fas est, superare divos,
qui sedens adversus identidem te
spectat et audit
dulce ridentem, misero quod omnes
eripit sensus mihi: nam simul te,
Lesbia, aspexi, nihil est super mi
<vocis in ore;>
lingua sed torpet, tenuis sub artus
flamma demanat, sonitu suopte
tintinant aures, gemina teguntur
lumina nocte.
otium, Catulle, tibi molestum est:
otio exsultas nimiumque gestis:
otium et reges prius et beatas
perdidit urbes.

A mi me pare che el sia come un dio,
e anca, se se poe, meio de un dio,
queo che el ze là sentà davanti a ti
che el te varda e el te scolta,
ti, che te ridi tuta dolse, e mi poareto
vo via coi sentimenti: parché co te vedo,
Lesbia, no me resta pì
un fil de vose,
me se seca la lengua, soto la pele
me core un fogo, par conto suo
me sbusina le rece, me vien orbi i oci
come de note.
No far ninte, Catullo, te fa male:
par no far ninte te ve in boresso e te fe sesti:
col no far ninte ze ndà a ramengo
re e sità riche.

(Nell’immagine c’è A Declaration di Lawrence Alma-Tadema.)

Autoepistola. Vent’anni dopo

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All’inizio dell’anno scolastico, come di consueto, ho assegnato agli studenti della prima dove faccio italiano alcune tracce di tema che permettessero loro di parlare un po’ di sé e a me di conoscerli un po’ meglio. Una di queste richiedeva di immaginare di scrivere una lettera a sé stessi fra vent’anni, esprimendo desideri, aspettative e speranze per il futuro. Nonostante alcune osservazioni disincantate del tipo “ma tra vent’anni non so nemmeno se sono ancora vivo”, la traccia è stata scelta da diversi alunni, e ne sono uscite anche delle considerazioni interessanti: accanto a coloro che aspiravano a una vita da super manager in America (o comunque a una brillante carriera), c’era chi metteva al primo posto i valori della famiglia, immaginando di averne una tutta sua, e chi semplicemente sperava di continuare a mantenere i rapporti con tutte le persone care che aveva intorno a sé in quel periodo.

Leggendo e correggendo quei temi, ho riflettuto sul fatto che vent’anni fa (in realtà diciannove, ma siamo lì) ero esattamente al loro posto, seduta a un banco della quarta ginnasio, e chissà se allora, timida e insicura com’ero, avrei mai immaginato di stare dall’altra parte della cattedra. Ho dunque pensato a come sarebbe fare l’esercizio contrario, ossia scrivere una lettera alla me stessa di vent’anni fa.

Le scriverei che so benissimo che si sente strana: sovrappeso, senza trucco, vestita di abiti usati e fuori moda, con gli occhiali spessi e lo smalto di colori improbabili, ma anche con pochi amici e con poca voglia di uscire. A quattordici anni si soffre molto per non essere capaci di integrarsi e di avere relazioni con “gli altri”, anche perché “gli altri” pensano che quella anormale sia tu. Le scriverei che vent’anni dopo sarà ancora sovrappeso, senza trucco, coi suoi occhialoni, con gli smalti colorati e vestita abbastanza a caso, e che andrà benissimo così. Nel frattempo succederà, da un lato, che tutti matureranno lasciando da parte il desiderio di omologazione tipico degli adolescenti (e che frustra quelli che hanno una natura poco socievole) e, dall’altro, che lei, via via, incontrerà sempre più persone che condividono i suoi interessi (letteratura, musica… persone “strane come lei”) e le sue tendenze caratteriali, facendola sentire meno sola e meno fragile.

Le scriverei che sta per intraprendere il percorso della sua vita: quello che incontrerà in quei cinque anni di liceo che la attendono la farà innamorare alla follia, e non vorrà mai più separarsene. Troverà anche tanti insegnanti che crederanno in lei e la incoraggeranno, anche nei periodi più difficili. Ci saranno dei momenti in cui penserà che magari andare avanti con gli studi classici non potrà portare a nulla di concreto; ricordi, comunque, che, per chi ci crede davvero e si impegna, i risultati arriveranno, e una strada prima o poi si aprirà. Ci saranno dei momenti in cui le sembrerà di non riuscire più a fare nulla e di non valere nulla; allora ci sarà anche quello che la salverà: i libri, la musica, ma soprattutto tante persone che le staranno vicino. Allora vedrà che non è sola come credeva e che anche le prossime volte che cadrà troverà la forza di rialzarsi.

Le scriverei (forse facendo uno spoiler) che un giorno (non subito, un giorno) capirà che la sua strada è quella della cattedra, perché la cultura classica è meravigliosa, ma è ancora più bello comunicarla, magari agli adolescenti che come lei potranno innamorarsene, e in cui lei (io) inizierà a rivedersi (soprattutto in quelli “strani”, che magari parlano un po’ meno o restano in un angolino), recuperando dalla loro passione (che è anche la sua: si alimenteranno a vicenda) nuove energie e nuovo amore per il mondo antico, per la letteratura, per la storia, e anche una specie di gioia nuova per essere sulla stessa lunghezza d’onda. E forse alcuni vedranno in lei quella che crede in loro. Non sarà facile e non accadrà sempre, ma quando funzionerà darà un senso a tutta la vita che c’è stata prima e una luce alla vita che ci sarà dopo.

E mi rendo conto che forse quello che scriverei alla me stessa di vent’anni fa è lo stesso che scriverei ai miei alunni di adesso.

A cena con Catullo (in veneto)

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Ora che ho un po’ di tempo, avendo concluso la correzione della prima ondata di verifiche e attendendo l’arrivo di quella di dicembre, mi pare opportuno distendere un po’ i neuroni con una nuova nuga catulliana (la prima la trovate qui) da rendere in dialetto veneto. Poiché si sta avvicinando a grandi passi il periodo dei cenoni, mi sembra il caso di proporre il carme 13, quello in cui Catullo invita, appunto, a cena l’amico Fabullo, raccomandandogli però di… portarsela da casa.

Cenabis bene, mi Fabulle, apud me
paucis, si tibi di favent, diebus,
si tecum attuleris bonam atque magnam
cenam, non sine candida puella
et vino et sale et omnibus cachinnis.
Haec si, inquam, attuleris, venuste noster,
cenabis bene; nam tui Catulli
plenus sacculus est aranearum.
Sed contra accipies meros amores
seu quid suavius elegantiusve est:
nam unguentum dabo, quod meae puellae
donarunt Veneres Cupidinesque,
quod tu cum olfacies, deos rogabis,
totum ut te faciant, Fabulle, nasum.

Te senarè ben, Fabullo mio, da mi,
tra qualche dì, se dio voe,
se te te portarè drio na sena
bona e gaiarda, e anca na bea tosa
e vin, e pevare, e tante sganassade.
Digo, caro mio, se te te portarè drio ste robe qua,
te senarè ben, parché el to Catullo
el ga el tacuin pien de tereine.
Ma dopo te ciaparè amore s-ceto
o tuto quel che xe dolse e rafinà:
parché te darò un profumo che ala me tosa
i ghe o ga regalà Venere e Cupido,
e co te o snasarè, te pregarè i dèi,
Fabullo, che i te fassa deventar solo che naso.

(Nell’immagine: affresco raffigurante un banchetto, dalla casa dei Casti Amanti di Pompei.)

Catullo e Ipsitilla in versione veneta

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A volte mi viene voglia di mettermi immeritatamente sulla scia di Dino Durante traduttore di Marziale e di provare anch’io a tradurre in veneto qualche branetto latino. Mi trastullo con l’idea che forse Catullo, che stasera è la mia vittima con un carme da fine fascia protetta, non avrebbe del tutto disdegnato questo tentativo di versione, anche se lui era veronese e io sono vicentina. Ovviamente si accettano suggerimenti di qualsiasi tipo: è sempre bello poter migliorare il proprio lavoro (anche se fatto per scherzo: mi piace citare Alberto Sordi che diceva “quanno se scherza bisogna esse seri”).

Amabo, mea dulcis Ipsitilla,
meae deliciae, mei lepores,
iube ad te veniam meridiatum.
Et si iusseris, illud adiuvato,
ne quis liminis obseret tabellam,
neu tibi lubeat foras abire,
sed domi maneas paresque nobis
novem continuas fututiones.
Verum si quid ages, statim iubeto:
nam pransus iaceo et satur supinus
pertundo tunicamque palliumque.

Par piassere, cara la me Ipsitilla,
amore mio e gioia mia,
fame vegner da ti dopo mezodì.
E se te me fe vegnere, sta ben tenta
che nissuni inciave la porta
e no sta farte vegner voia de ‘ndar fora,
ma resta casa e pareciame
nove ciavade una drio l’altra.
Ma, se te voi far così, fame vegner suito:
son qua butà dopo magnà, coa pansa in su, pien come un oco
che sbuso le braghe e le mudande.

(L’immagine è una scena erotica proveniente dalla casa di Lucio Cecilio Giocondo a Pompei, conservata nel Gabinetto segreto del Museo Archeologico di Napoli.)

(Peraltro, il contatore mi dice che questo è il centesimo post: evviva!)

Perle nere

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Come ben si sa, uno dei compiti più duri dell’insegnante di italiano è insegnare agli alunni a scrivere in modo corretto, facendo sì che superino gli automatismi espressivi tipici del parlato. Studiare semplicemente la grammatica ovviamente serve a poco, dal momento che le regole vengono imparate solamente per la verifica, senza alcun legame con la produzione del testo, che a mio avviso dovrebbe invece essere potenziata con appositi esercizi mirati (ogni tanto ci provo anche, sia in classe sia in verifica: alla richiesta di comporre una frase che contenga, ad esempio, un complemento predicativo del soggetto, la stragrande maggioranza degli alunni va completamente in crisi e non sa nemmeno da che parte iniziare); non è difficile, infatti, trovare studenti che se la cavano molto bene nelle verifiche di grammatica ma che, quando si tratta di scrivere, si esprimono in modo decisamente approssimativo. Nemmeno segnare gli errori nei temi e dare la relativa correzione serve granché: l’alunno medio è principalmente interessato a capire perché gli è stato dato un certo voto (qualche volta mettendosi anche a protestare) più che a comprendere perché sbaglia e quindi correggersi per le prossime volte. Dentro da un orecchio, fuori dall’altro. Tanto secondo lui (o lei) si capisce benissimo quello che vuole dire ed è invece il professore che non ci arriva; siamo alla negazione del principio catoniano rem tene, verba sequentur e all’esaltazione del detto popolare “sono responsabile di quello che dico e non di quello che capisci tu”. I vademecum che spiegano gli errori più comuni e danno le correzioni caso per caso (tipo questo) servono relativamente: lo studente medio li guarda, cerca di assimilarli, riconosce che le forme corrette sono più chiare e comprensibili di quelle costruite secondo la sua consuetudine, ma quando è ora di mettersi a scrivere va per inerzia e si esprime come al solito, perché l’abitudine è una brutta bestia dura a morire.

Un annetto e mezzo fa, tuttavia, ho partecipato a un incontro di aggiornamento sul testo argomentativo, dove la docente che lo teneva, oltre a darci alcune dritte utili per curare l’organizzazione dei contenuti e l’uso dei connettivi, ha parlato di un metodo da lei utilizzato per cercare di migliorare la scrittura degli alunni, che mi è parso molto interessante e che ho cercato di utilizzare in seguito. Ecco in che cosa consiste: durante la correzione dei temi, si prende nota delle frasi più scorrette e improbabili, e le si trascrive in un file Word senza indicarne l’autore. Successivamente, al momento della riconsegna dei temi, si proietta il suddetto file Word sulla LIM a tutto schermo e si correggono le frasi insieme ai ragazzi.

Dal momento che questo incontro era avvenuto ad anno scolastico ormai molto avanzato e avevo già fatto svolgere l’ultimo tema praticamente in tutte le mie classi, mi trovavo nella condizione di non poter più utilizzare questo metodo con loro, e mi sono dunque organizzata in altro modo: avevo da parte una serie di temi svolti per casa da alunni di classi che avevo avuto fino ad avente diritto o comunque non fino a fine anno, e che non avevo fatto in tempo a riconsegnare agli studenti; ho selezionato quelli scritti in modo più incerto (eliminando qualsiasi dato anagrafico), li ho fotocopiati e li ho “dati in pasto” alle classi divise a gruppi, chiedendo loro di correggerli, usando anche la penna rossa e mettendo pure il voto, se volevano (ho consegnato loro anche copia della griglia di valutazione). I ragazzi hanno recepito l’attività con entusiasmo, impazienti di “mettersi dall’altra parte” per una volta: girando per i banchi, ho notato anche una certa intransigenza nella correzione degli errori e nell’assegnazione dei voti (segnacci rossi dappertutto, valutazioni bassissime tipo 3 o 4), e le frasi più frequenti che ho sentito erano: “ma come scrive questo?”, “ma non si capisce niente”, “ma davvero questo qui fa le superiori?”. Ho risposto loro che in realtà il livello dei testi che avevano davanti era del tutto simile al loro, e questo esperimento è stato quantomeno utile a mettere gli studenti di fronte alla percezione esterna che si ha delle loro produzioni, nonostante affermino di sapere bene quello che vogliono dire.

L’anno successivo (ossia l’anno scorso), potendomi organizzare con maggiore calma, dopo aver proposto, come l’anno precedente, la correzione di temi altrui (svoltasi anche stavolta con altrettanta cattiveria), ho messo in atto, dopo ogni tema in classe, il metodo suggerito dalla docente durante l’incontro di formazione, ribattezzandolo “metodo delle perle nere”, prendendo ispirazione dalla Barcaccia di Radio3. Ho osservato che i ragazzi attendevano il file delle “perle nere” con impazienza e curiosità, per vedere se “c’erano dentro anche loro”, lungi dal vergognarsi che le loro frasi fossero visibili a tutto schermo con tanto di errori. La fase della correzione, con modifica direttamente sul file Word, è avvenuta con grande collaborazione da parte degli alunni, che riconoscevano la scarsa chiarezza delle frasi (talora con qualche presa in giro bonaria nei confronti degli autori) e proponevano delle alternative corrette; in alcuni casi, l’autore stesso delle frasi prendeva appunti e stava attento per cercare di migliorarsi. In classe si riusciva a correggere soltanto una parte delle frasi, per cui si è provveduto a inviare il file agli alunni per continuare l’attività a casa.

Faccio seguire un esempio concreto, con una “perla nera” di quest’anno e relativa correzione:

Per esempio, mio fratello quando aveva due anni li (anacoluto ed errore ortografico) piacevano tanto le pentole, (qui manca un connettivo) invece di giocare con i suoi giocattoli, si metteva a cucinare, ovviamente per finta, mettendo (dove?) la farina o la pasta e mescolando come se stasse (errore morfologico) facendo da mangiare.” -> Per esempio, a mio fratello, quando aveva due anni, piacevano tanto le pentole che, invece di giocare con i suoi giocattoli, si metteva a cucinare con quelle, ovviamente per finta, mettendoci dentro la pasta e mescolando come se stesse facendo da mangiare.

In conclusione, mi sembra che questo metodo, attuato sistematicamente, e magari anche al di fuori della correzione dei temi (ad esempio, nel contesto della correzione di altri elaborati svolti in classe e a casa), sia quello più efficace per far sì che gli alunni prendano coscienza di eventuali incertezze espressive e si impegnino per porvi in qualche modo rimedio. Per l’anno prossimo penso a un’integrazione delle “perle nere” con l’Appendix Improbi, ossia con l’antologia dei peggiori errori ortografici commessi in quel pacco di compiti; ecco qualche esempio di cosa ci potrebbe essere:

  • VERGOGNA non VERGOGNIA
  • ILIADE non ILLIADE
  • USCIMMO non USCIEMMO
  • A VOLTE non AVVOLTE
  • D’ALTRONDE non DAL TRONDE

…e via castroneggiando.