Studio antropologico del viaggio d’istruzione

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La primavera è per tutte le scuole la stagione in cui avviene la maggior parte delle uscite didattiche e dei viaggi d’istruzione; che tali uscite durino un giorno o più, è alta la probabilità che nella scolaresca siano presenti esemplari di alcune di queste tipologie di studenti (considerando anche che talora uno stesso esemplare riassume in sé più tipologie, declinabili sia al maschile sia al femminile).

  • Il ritardatario: quando gli si danno un’ora e un luogo dove bisogna trovarsi, è sempre lui quello che bisogna aspettare. Solitamente lo si individua già al momento di partire, poiché è l’ultimo a salire in pullman. Particolarmente rischioso dopo le pause pranzo o alla fine delle soste in autogrill. L’insegnante che accompagna la classe può prevederne la presenza osservando gli ingressi degli studenti in aula all’inizio della mattinata o dopo ricreazione.
  • L’affamato cronico: se fosse per lui avrebbe sempre le mandibole in moto stile criceto, e di solito parte munito di una scorta di viveri da emergenza nucleare, in modo tale da non rischiare cali di zuccheri. È tranquillamente capace di ordinare due piatti di pasta (più antipasto e dolce) in trattoria, o di sbranarsi un paninazzo imbottito alle 9, uno alle 11 e uno alle 13 (contornati da patatine e dopo abbondante colazione), o anche di scofanarsi un piatto di pasta e fagioli / cotechino e crauti / canederli al sugo alle 16 (avendo ovviamente pranzato). Di solito in una scolaresca ve n’è più d’uno; in tal caso è estremamente probabile l’effetto locusta (con subitanea sparizione di tutto ciò che è contenuto in vetrina) all’ingresso in un bar. Può declinarsi in due sottotipi: mangiatore di schifezze (in tal caso nel suo zainetto abbonderanno patatine et similia, i pranzi saranno prevalentemente consumati nei fast food e le soste in autogrill saranno dedicate alla compera di dolciumi vari da consumarsi durante il viaggio; tende a mangiare anche in pullman mandando il conducente su tutte le furie) e gourmet (in cerca delle specialità del luogo e pronto anche a fare acquisti di prodotti tipici, che nella maggior parte dei casi giungeranno intonsi a casa).
  • Il nato stanco: quando c’è da camminare ha sempre le gambe pesanti e il fiatone, e tende alla lamentosità. Si rivela in modo rapidissimo in caso di escursioni naturalistiche, visite a palazzi ricchi di scale o gite in borghi medievali con stradine in salita e in discesa. La città d’arte che ne vede le più palesi epifanie rimane in ogni caso e senza dubbio Venezia.
  • L’incontinente: provvisto di vescica dal funzionamento problematico, ha sempre bisogno di andare in bagno (anche perché non perde occasione per bere dalla bottiglietta di acqua o bibita che si porta sempre dietro). Ogni toilette è sua, e il docente accompagnatore ha perso il conto di tutti gli espletamenti di bisogni corporali da lui effettuati. Gli spostamenti in pullman sono il tipico contesto della manifestazione delle sue esigenze (tanto da richiedere talora soste di emergenza e corse nei campi). Il suo comportamento è facilmente prevedibile osservando l’andamento dei ritmi biologici nella quotidianità della classe: infatti di solito, in una normale mattinata, chiede di andare ai servizi al minimo 2-3 volte. Solitamente è femmina.
  • Il distratto: mediamente non gli interessa molto ciò che gli succede intorno, e si distingue per la posizione costantemente defilata (in coda alla comitiva negli spostamenti, o all’esterno del gruppo durante le soste) e per il chiacchiericcio continuo con coloro che appartengono alla sua stessa tipologia. Ovviamente qualsiasi spiegazione viene ascoltata soltanto in minima parte. Ama però farsi i selfie, anche perché spesso la distrazione materiale è collegata a una solida presenza nel mondo dei social media. Tende a perdere i propri oggetti personali e pure altri oggetti (un’attenzione particolare va posta alle chiavi della camera dell’albergo); pur essendo più puntuale del ritardatario, scadenze e pagamenti sono spesso un problema perché se ne dimentica.
  • L’originale: quella figura di studente a cui tendenzialmente non va bene nulla e che trova sempre il modo di fare quello che vuole lui, o comunque di chiedere di poterlo fare. Se la tabella di marcia prevede la visita a un museo, insisterà per poterla saltare e fare invece una visita diversa (e in questo caso verrà accuratamente mazzolato dal docente accompagnatore); se c’è il divieto di fare il bagno nel lago, egli in men che non si dica si troverà coi piedi a mollo, guadagnandosi seduta stante una nota sul registro. Tende alla protesta e alla polemica. Un particolare sottotipo di studente originale è la studentessa gattamorta, che, nonostante qualsiasi raccomandazione, anche se è pieno inverno e c’è la brina per terra viene via vestita poco per mettersi in mostra, e che solitamente al ritorno rimane assente per alcuni giorni, preda di qualche virus.
  • Il nottambulo: figura tipica dei viaggi d’istruzione con pernottamento, il suo obiettivo reale è fare festone e quindi uscire la sera (coinvolgendo quindi il docente accompagnatore) o più tipicamente fare le ore piccole in albergo intrattenendosi coi compagni. La reazione alle ronde notturne del docente può variare: c’è il nottambulo serio che, dopo essere stato visitato dall’insegnante, si mette tranquillo (magari stando sveglio lo stesso ma parlando sottovoce) e il nottambulo incallito che nemmeno apre la porta all’insegnante e continua a farsi i cavoli suoi. A una certa ora però si calmano anche gli incalliti. Miracolosamente, data la giovane età e l’abbondanza di energie, la scarsità delle ore di sonno non ha conseguenza alcuna sullo stato mentale del giorno successivo, mentre il docente che eventualmente abbia accompagnato gli studenti nell’uscita serale ha bisogno di una flebo di caffè.
  • Il simpatico umorista: pagliaccio di classe già durante le normali lezioni, nei viaggi d’istruzione dà il meglio di sé rendendo la classe facilmente riconoscibile in luoghi pubblici (anche se il suo comportamento si rivela gravemente imbarazzante soltanto in rari casi). Sempre con la battuta pronta, a volte inopportuno (quando tali battute, magari con qualche doppio senso, gli escono durante una visita guidata), proclive all’organizzazione di gare di barzellette per alleviare la noia degli spostamenti in pullman. Spesso punto di riferimento nei momenti di relax (pausa pranzo, sera…).
  • L’ingegnere: tipo raro, ma, quando c’è, è una fortuna. Solitamente si tratta del rappresentante di classe. Fa da braccio destro al docente per qualsiasi evenienza (raccolta di adesioni o di soldi, coordinazione del gruppo, comunicazioni veloci…); le sue parole d’ordine sono metodo ed efficienza. Anch’egli facilmente individuabile già nella vita di classe quotidiana, solitamente riceve l’incarico già al momento di organizzare la gita. Indiscutibile consolazione per il docente.

Disposizione delle diverse tipologie di studenti all’interno del pullman (tenendo in considerazione che la tendenza a viaggiare in piedi si innalza a seconda di quanto indietro si va):

  • Sedili anteriori: ingegnere (per questioni organizzative), simpatico umorista (spesso al microfono; quando non è al microfono tende a mischiarsi ai casinisti), ritardatario (si siede negli ultimi posti rimasti).
  • Sedili in mezzo: affamato cronico, nato stanco, incontinente (è la zona dell’autobus da cui statisticamente si leva la quota maggiore di lamentele).
  • Sedili posteriori: nottambulo, originale, distratto (sono quelli per cui il viaggio d’istruzione non ha alcunché di didattico, e quindi cercano di massimizzare le probabilità di fare casino in modo efficace). Spesso cantano canzonacce con un’intonazione completamente a caso (oltre alle classiche hit “Se facciamo un incidente muore solo il conducente” o “La porsea”, che comunque hanno rimpiazzato vecchi successi come “Azzurro” o “Quel mazzolin di fiori”, si segnala la progressiva diffusione, apparentemente immotivata, dei canti di chiesa, tipo questo) o ascoltano musica da discoteca a palla.
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Sogni mostruosamente proibiti

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Nel mondo della scuola, l’avvento della tecnologia digitale ha cambiato molte cose: si pensi soltanto al registro elettronico, che ha praticamente mandato in pensione quello cartaceo (che era duplice, di classe e del professore) e permette anche a genitori e allievi di avere sott’occhio in ogni momento la situazione; si aggiunga la LIM, che arricchisce la didattica di molteplici possibilità; inoltre, ci sono perfino alcuni istituti che dotano gli studenti di un badge che, strisciato in un apposito totem all’ingresso, permette di registrare in automatico assenze, ingressi e uscite.

Tuttavia la parte più faticosa del nostro lavoro non è la didattica, e nemmeno la burocrazia scolastica, ma la gestione della disciplina, che ogni giorno ci consuma un sacco di energie e fa sì che, ogni volta che torniamo a casa, dobbiamo fissare il vuoto per almeno una mezz’ora prima di riprendere conoscenza e metterci a fare una qualsiasi attività. Considerando la questione tra il serio e il faceto, ho provato a pensare a quali ipotetici e avveniristici strumenti tecnologici potrebbero dunque esserci d’aiuto in ciò.

Innanzitutto, quanti di noi, durante le verifiche, girano continuamente per la classe sondando con lo sguardo sopra i banchi, sotto i banchi, dietro i termosifoni e per terra e richiamando gli studenti non appena fanno gesti inconsulti o si chinano troppo verso una direzione qualsiasi o chiamano un compagno (a cui magari stanno chiedendo una gomma), con il risultato di lasciarsi magari sfuggire scopiazzi madornali che avvengono alle nostre spalle mentre, appunto, stiamo attenti ad altro? Purtroppo Argo dai cent’occhi era solamente una creatura mitologica, siamo esseri umani (magari a volte pure un po’ rimbambiti) e può sempre scapparci qualcosa. Che cosa potrebbe offrirci di meglio la tecnologia, in questo caso, che un bel drone da compito? Esso, in assistenza al docente che gira per i banchi, potrebbe sorvolare gli studenti intenti allo svolgimento della verifica e con un sensore percepire eventuali anomalie nel comportamento ed emettere un segnale di richiamo o eventualmente sparare una freccetta con ventosa che vada a colpire il banco o lo studente stesso (senza effetti contundenti). Segnali di richiamo e freccette andrebbero poi contati e, a seconda del loro numero, influirebbero per sottrazione sul voto della verifica.

Un altro dei principali motivi per cui il docente medio, tornando a casa, sente il bisogno di fissare il vuoto è il livello dei decibel prodotti dalla classe, soprattutto se quest’ultima è particolarmente numerosa, e ultimamente succede molto spesso, soprattutto al biennio, con classi che superano tranquillamente i 30 allievi. Richiamarli collettivamente implica fare un torto a quelli che vogliono stare attenti, e richiamarli singolarmente significa ricevere proteste del tipo “ma non sono mica solo io”, e in ogni caso dopo pochi minuti si è quasi sempre ai passi di prima. Stando così le cose, quest’anno mi sono scaricata sul tablet l’app del fonometro, per misurare il rumore prodotto dalla classe facendo capire agli studenti che dover spiegare con un rumore di fondo di 70 decibel di media significa dover farsi capire da uno che ha una motocicletta a un metro dalle orecchie. Ogni tanto vagheggio la possibilità di installarne uno da muro direttamente collegato al registro elettronico, che, superata una certa soglia (che potrebbe essere collocata, per ipotesi, intorno agli 80 decibel, che è veramente tanto) un tot di volte o per un tempo abbastanza prolungato, metta direttamente una nota.

Altro problema quotidiano della vita di classe sono le uscite per andare in bagno, diritto sacrosanto e intoccabile dello studente, certo, ma l’approfittarsene è all’ordine del giorno, sia negli scopi (per andare alle macchinette, a rifarsi il trucco, a messaggiare col moroso o con la morosa, o anche semplicemente a farsi un giro…) sia nella frequenza (capita spesso, infatti, che lo stesso alunno chieda di uscire più volte al giorno, anche in ore consecutive). A tal proposito utilissimo sarebbe avere in classe un totem tipo quello dell’ufficio postale, che permetta all’alunno di selezionare il motivo per cui chiede di uscire (bagno, bagno urgente, segreteria, telefonata a casa, distributori automatici ma solo dopo educazione fisica…) dandogli un ticket col suo numero di turno, basato sulle richieste del plesso; un apposito display gli indicherebbe quando poter uscire.

In effetti, tuttavia, tali strumenti semplificherebbero certo la vita dell’insegnante e ne allevierebbero lo stress, però forse risulterebbero “poco formativi” e decisamente pavloviani, con un effetto che ricorda un po’ quello dei recinti elettrificati nei pascoli. L’idea è che gli studenti dovrebbero imparare come comportarsi attraverso il confronto con i compagni e con gli insegnanti, al di là di automatismi e tecnologie di questo genere. Ma fantasticare rimane comunque molto bello (e drone da compito, fonometro da muro e ticket del bagno rimangono ancora dei marchingegni usati come spauracchio per ottenere con ironia un minimo di disciplina), e, continuando a ruota libera con i deliri, il sogno didattico più fantastico (e forse più proibito) che mi viene in mente è quello degli “outfit da lezione”, ossia di poter far lezione abbigliata in modo acconcio all’argomento. Spiegare gli Egizi vestita da Nefertiti o la Divina Commedia vestita da Beatrice, per capirci. Sarebbe indubbiamente fichissimo. Ma richiederebbe un numero indefinito di risorse in termini di abiti e accessori e una capacità di cambiarsi d’abito al limite del trasformismo, e quindi risulterebbe perciò stesso impraticabile. In ogni caso, dato che è un sogno molto bello, mentre sono in classe e spiego immagino lo stesso di trovarmi negli ambienti che descrivo, di avere davanti ciò di cui parlo, e magari di essere davvero vestita come Aspasia, monna Vanna o Gertrude, e mi pare di spiegare un po’ meglio.

Ille mi par esse deo videtur…


Continua la serie dei divertissements di Catullo in veneto. Oggi che è San Valentino è la volta del celeberrimo carme 51, quello “della gelosia”, a sua volta ispirato al frammento 31 di Saffo.

Ille mi par esse deo videtur,
ille, si fas est, superare divos,
qui sedens adversus identidem te
spectat et audit
dulce ridentem, misero quod omnes
eripit sensus mihi: nam simul te,
Lesbia, aspexi, nihil est super mi
<vocis in ore;>
lingua sed torpet, tenuis sub artus
flamma demanat, sonitu suopte
tintinant aures, gemina teguntur
lumina nocte.
otium, Catulle, tibi molestum est:
otio exsultas nimiumque gestis:
otium et reges prius et beatas
perdidit urbes.

A mi me pare che el sia come un dio,
e anca, se se poe, meio de un dio,
queo che el ze là sentà davanti a ti
che el te varda e el te scolta,
ti, che te ridi tuta dolse, e mi poareto
vo via coi sentimenti: parché co te vedo,
Lesbia, no me resta pì
un fil de vose,
me se seca la lengua, soto la pele
me core un fogo, par conto suo
me sbusina le rece, me vien orbi i oci
come de note.
No far ninte, Catullo, te fa male:
par no far ninte te ve in boresso e te fe sesti:
col no far ninte ze ndà a ramengo
re e sità riche.

(Nell’immagine c’è A Declaration di Lawrence Alma-Tadema.)

Libro contro film

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Per le vacanze di Natale ho assegnato alla mia seconda lo svolgimento di un testo argomentativo, scegliendo tra diverse tracce, la più gettonata delle quali è stata quella che richiedeva un confronto tra la lettura di un libro e la visione di un film, come passatempi tra cui scegliere. Conoscendo i miei studenti, non è che mi aspettassi un inno alla lettura, e quindi avevo messo in conto che molti di loro avrebbero preferito vedere un film piuttosto che leggere un libro; tuttavia ciò che mi ha colpito sono le argomentazioni portate a sostegno della tesi, che in sintesi (e in ordine sparso, assemblando talora argomenti affini presenti in elaborati diversi) sono queste:

  • il film è preferibile perché meno faticoso e impegnativo, e la sua fruizione richiede richiede meno tempo (al massimo due ore) rispetto al libro, anche grazie ai tagli fatti dal regista;
  • le descrizioni possono essere noiose, pesanti e non facili da capire, e possono non rendere l’idea esatta dell’oggetto confondendo il lettore; anche la trama può creare alcune difficoltà, perché le storie possono essere intrecciate e contorte;
  • guardare un film è più coinvolgente per la presenza della musica, che sottolinea le scene più importanti ed emoziona lo spettatore, e degli effetti speciali, sempre più elaborati e stupefacenti;
  • immaginarsi la storia, per lo sforzo che richiede, limita il coinvolgimento e le emozioni, considerando anche che ogni lettore può immaginarsela diversa (e qui ammetto di non aver capito bene perché questo sarebbe un fattore negativo per la lettura);
  • nel film si possono capire le emozioni dei personaggi attraverso le espressioni facciali; i libri invece sono privi di figure e quindi non si possono provare gli stessi sentimenti dei personaggi; in collegamento al punto precedente, la limitazione dello sforzo dell’immaginazione, dovuta all’intervento del regista, porta a una maggior comprensione della storia, proprio perché basta guardare le facce dei personaggi per comprenderne lo stato d’animo;
  • è inevitabile abbandonare i libri a causa del progresso tecnologico, e inoltre guardare film invece che leggere libri riduce l’abbattimento degli alberi;
  • guardare un film può essere considerato come un’esperienza sociale, in quanto si può fare con la famiglia e con gli amici condividendo le impressioni, mentre la lettura di un libro è un’attività solitaria che isola dagli altri.

Dunque, la maggior parte di queste argomentazioni mi pare, in generale, derivante da una scarsa abitudine all’uso dell’immaginazione, che può essere influenzata dalla mancanza di confidenza con il testo scritto, che influenza anche le capacità di comprensione: mi fa riflettere in modo particolare il punto, particolarmente presente negli elaborati, in cui si afferma che le descrizioni di oggetti, ambienti o personaggi sono “difficili” e che non consentono di farsi un’idea di ciò di cui si parla, come invece può avvenire con un’immagine.

Il quesito che mi pongo è dunque questo: data la situazione, è ancora possibile intervenire per “riabituare” almeno alcuni di questi ragazzi alla lettura (non necessariamente di testi narrativi), o in seconda superiore è troppo tardi, ed era invece un lavoro che andava fatto prima? In ogni caso, che strategie si possono seguire, e che eventuali titoli posso proporre loro, considerando che con un’opportuna stimolazione sono in grado di capire i Promessi Sposi senza troppi problemi (per non parlare della poesia, che se opportunamente spiegata fa loro il suo bravo effetto)? C’è anche da considerare che, quando possibile, vanno a cercare direttamente i riassunti.

Situazioni del genere capitano anche a voi? E cosa fate?

Ringrazio di cuore tutti coloro che vorranno darmi un consiglio o condividere con me qualche considerazione.

Autoepistola. Vent’anni dopo

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All’inizio dell’anno scolastico, come di consueto, ho assegnato agli studenti della prima dove faccio italiano alcune tracce di tema che permettessero loro di parlare un po’ di sé e a me di conoscerli un po’ meglio. Una di queste richiedeva di immaginare di scrivere una lettera a sé stessi fra vent’anni, esprimendo desideri, aspettative e speranze per il futuro. Nonostante alcune osservazioni disincantate del tipo “ma tra vent’anni non so nemmeno se sono ancora vivo”, la traccia è stata scelta da diversi alunni, e ne sono uscite anche delle considerazioni interessanti: accanto a coloro che aspiravano a una vita da super manager in America (o comunque a una brillante carriera), c’era chi metteva al primo posto i valori della famiglia, immaginando di averne una tutta sua, e chi semplicemente sperava di continuare a mantenere i rapporti con tutte le persone care che aveva intorno a sé in quel periodo.

Leggendo e correggendo quei temi, ho riflettuto sul fatto che vent’anni fa (in realtà diciannove, ma siamo lì) ero esattamente al loro posto, seduta a un banco della quarta ginnasio, e chissà se allora, timida e insicura com’ero, avrei mai immaginato di stare dall’altra parte della cattedra. Ho dunque pensato a come sarebbe fare l’esercizio contrario, ossia scrivere una lettera alla me stessa di vent’anni fa.

Le scriverei che so benissimo che si sente strana: sovrappeso, senza trucco, vestita di abiti usati e fuori moda, con gli occhiali spessi e lo smalto di colori improbabili, ma anche con pochi amici e con poca voglia di uscire. A quattordici anni si soffre molto per non essere capaci di integrarsi e di avere relazioni con “gli altri”, anche perché “gli altri” pensano che quella anormale sia tu. Le scriverei che vent’anni dopo sarà ancora sovrappeso, senza trucco, coi suoi occhialoni, con gli smalti colorati e vestita abbastanza a caso, e che andrà benissimo così. Nel frattempo succederà, da un lato, che tutti matureranno lasciando da parte il desiderio di omologazione tipico degli adolescenti (e che frustra quelli che hanno una natura poco socievole) e, dall’altro, che lei, via via, incontrerà sempre più persone che condividono i suoi interessi (letteratura, musica… persone “strane come lei”) e le sue tendenze caratteriali, facendola sentire meno sola e meno fragile.

Le scriverei che sta per intraprendere il percorso della sua vita: quello che incontrerà in quei cinque anni di liceo che la attendono la farà innamorare alla follia, e non vorrà mai più separarsene. Troverà anche tanti insegnanti che crederanno in lei e la incoraggeranno, anche nei periodi più difficili. Ci saranno dei momenti in cui penserà che magari andare avanti con gli studi classici non potrà portare a nulla di concreto; ricordi, comunque, che, per chi ci crede davvero e si impegna, i risultati arriveranno, e una strada prima o poi si aprirà. Ci saranno dei momenti in cui le sembrerà di non riuscire più a fare nulla e di non valere nulla; allora ci sarà anche quello che la salverà: i libri, la musica, ma soprattutto tante persone che le staranno vicino. Allora vedrà che non è sola come credeva e che anche le prossime volte che cadrà troverà la forza di rialzarsi.

Le scriverei (forse facendo uno spoiler) che un giorno (non subito, un giorno) capirà che la sua strada è quella della cattedra, perché la cultura classica è meravigliosa, ma è ancora più bello comunicarla, magari agli adolescenti che come lei potranno innamorarsene, e in cui lei (io) inizierà a rivedersi (soprattutto in quelli “strani”, che magari parlano un po’ meno o restano in un angolino), recuperando dalla loro passione (che è anche la sua: si alimenteranno a vicenda) nuove energie e nuovo amore per il mondo antico, per la letteratura, per la storia, e anche una specie di gioia nuova per essere sulla stessa lunghezza d’onda. E forse alcuni vedranno in lei quella che crede in loro. Non sarà facile e non accadrà sempre, ma quando funzionerà darà un senso a tutta la vita che c’è stata prima e una luce alla vita che ci sarà dopo.

E mi rendo conto che forse quello che scriverei alla me stessa di vent’anni fa è lo stesso che scriverei ai miei alunni di adesso.

Assemblea di Natale

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Anche quest’anno sono giunte le vacanze di Natale, e come al solito sono carica di compiti, che spero di smaltire quanto prima per riposare il corpo e soprattutto i neuroni. Stavolta mi aspettano quattro “pacchi” di Natale, due analisi del testo e due verifiche di latino. Sono davvero molto stanca e lenta (un po’ come Petrarca quando è triste), ma un po’ alla volta vado avanti, e a sostenermi, anche stavolta, è il pensiero dei miei studenti, che, nonostante le lotte quotidiane, sono il vero motivo per cui secondo me faccio il lavoro più bello del mondo.

Questa settimana c’era aria di festa, e le ultime lezioni, complice anche l’imminente fine del trimestre, con valutazioni da raccogliere e attività varie da organizzare, sono state ancor più frizzantine del solito, con il pensiero collettivo che spesso correva, più che alla spiegazione o alla lettura del momento, alla decorazione delle classi con alberi e addobbi vari o alle cibarie da portare nel giorno dell’assemblea d’istituto (ossia stamattina). Una delle mie prime ha organizzato uno scambio di regali, la mia seconda ha addobbato in classe un albero di un metro, la mia terza ha messo angioletti di carta rossa ovunque, anche sul proiettore della LIM. Sempre loro vociferavano di portare pan biscotto e soppressa come l’anno scorso. Ho chiesto (tra il serio e il faceto) se me ne avrebbero dato: da brave piccole locuste (quanto mangiano a quell’età!) mi hanno risposto (tra il serio e il faceto) di no.

In settimana ho anche compiuto gli anni: in quella prima che si scambia i regali, gli alunni si erano informati sulle date di compleanno dei professori, perciò il giorno successivo, entrando in classe, ho visto sulla cattedra un Alberto Angela in formato A4 con dietro tutte le loro firme e un altro foglio A4 con un gatto sparante laser dagli occhi e come didascalia “IL RITORNO DI TIGLATPILASER“, sovrano assiro che abbiamo incontrato di sfuggita nel libro di storia e il cui nome faceva loro molto ridere. (Tanto per capire l’atmosfera che si respira lì dentro, un alunno ha portato una bacchetta affinché io potessi meglio indicare le aree geografiche sulla cartina appesa al muro. Detta bacchetta è stata battezzata SARDANA-PALO, nome che ora vi appare direttamente scritto sopra.) Abbiamo deciso insieme che i due fogli A4 saranno attaccati alla parete a ricordo imperituro di Tiglatpilaser e per invocare la benedizione culturale del successor del maggior Piero, e che me li riporterò a casa a giugno.

Questa mattina ho fatto l’appello nella mia terza, che poi ho lasciato svolgere l’assemblea di classe (con cibarie annesse), mettendomi in corridoio per cercare di correggere qualche verifica. Ho visto un corteo tipo canto della stella, con alunni che cantavano e altri (più d’uno) che suonavano la chitarra, furti e restituzioni di alberi di Natale (talora portati in giro come trofeo da chi se n’era impossessato) dalle varie classi, alunni girare addobbati in vario modo e a volte direttamente indossanti i regali ricevuti dai compagni (anche se erano babbucce da camera). Sono ripassata in terza per condurre i ragazzi verso il palazzetto per la seconda parte dell’assemblea, con l’idea di non toccare cibo, e ricevendo invece un’offerta di biscotti canestrelli (e neanche il Grinch resiste ai biscotti canestrelli). Durante il percorso si è parlato di portare una soppressa in corriera come viatico per la gita in Toscana (alla quale li accompagnerò), si è continuato disquisendo sugli inconvenienti causati da eventuale aglio contenuto in essa al comfort del viaggio e si è concluso assaporando mentalmente finocchione, pecorini e quant’altro da riportare a casa. Prevedo già un’esperienza degna di un resoconto dettagliato.

Al palazzetto, mentre sorvegliavamo gli studenti, cercavo con gli occhi anche gli alunni della quarta artistico che ho avuto qualche anno fa in prima (e dei quali, fatalità, a suo tempo ho parlato sempre sotto Natale qui). La prima che ho rivisto è stata proprio la ragazzina dai capelli turchini, che ora non sono più turchini ma biondo platino.

“Prof, cosa ci fa qui?”.

“Insegno in sede centrale, sono di ruolo! Tu come stai, tutto bene?”.

“Tutto bene, grazie, sono solo un po’ stanca”.

In effetti la stanchezza appariva in modo evidente, ma nonostante ciò gli occhi le brillavano un pochino. Lo scambio di battute è stato breve e abbastanza convenzionale, ma credo che quest’incontro abbia fatto piacere a lei quanto ne ha fatto a me. Qualche minuto dopo mi ha avvicinata il ragazzino che aveva la media del 3 e voleva comprarmi un sacco di gioielli.

“Prof, cosa ci fa qui?”. Chissà come mai la cosa li stupisce sempre.

“Sono di ruolo nella sede centrale!”.

“Ma si ricorda di noi?”

“Certo, come no! Ogni tanto mi venite in mente”.

“Come dimenticarsi di noi?”.

Ha sorriso. Ho visto i riflessi di una barba molto bionda. Crescono velocemente: tre anni fa era davvero un bambinetto. (Mi sorprendo a fare pensieri da vecchietta.) Alla fine la media del 3 l’ha tirata su, gli ho dato il debito nel primo periodo ma non a giugno, perché nel secondo periodo ha fatto una rimonta straordinaria grazie anche alla lettura e all’esposizione entusiasta, curatissima e appassionata del libro di narrativa a scelta, che nel suo caso è stato Dracula; essendo di origine romena per parte di padre (ricordo, tra le altre cose, che mi ha fatto gli auguri di Pasqua con Hristos a înviat), per lui era anche una forma di orgoglio nazionale, e infatti la sua esposizione era arricchita di informazioni storiche derivanti, immagino, da indicazioni paterne. Sono stata fiera di lui.

Verso la fine della mattinata mi ha avvicinata una ragazzina che mi ha consegnato un biglietto destinato a me. C’era in effetti la possibilità, per i ragazzi, di infilare in una scatola da scarpe biglietti di auguri che sarebbero stati poi recapitati ai destinatari dagli studenti addetti. Lo apro: è di alcune ragazze di prima (non della prima di Tiglatpilaser, ma dell’altra prima, quella dove succedono queste cose). Lo leggo e scoppio a ridere. Dopo gli auguri, in calce, c’è scritto quanto segue: “P. S.: mi dia la SUFFICENZA in italiano. Grazie”. Ottimi presupposti, direi.

Eccomi dunque di nuovo qua a correggere le verifiche con cui vedrò se alla fine questa benedetta “sufficenza” salta fuori. Nel frattempo si accavallano i ricordi degli alunni di una volta e l’attenzione da dare agli alunni di adesso, e matura la certezza che, nonostante la stanchezza e la fatica (mia e loro), e gli ostacoli da incontrare e superare (sotto forma di “insufficenze”, ma non solo; a volte non sono quelle a pesare di più), tutto sarà ripagato, in un giorno vicino o lontano, sia a me sia a loro.

A cena con Catullo (in veneto)

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Ora che ho un po’ di tempo, avendo concluso la correzione della prima ondata di verifiche e attendendo l’arrivo di quella di dicembre, mi pare opportuno distendere un po’ i neuroni con una nuova nuga catulliana (la prima la trovate qui) da rendere in dialetto veneto. Poiché si sta avvicinando a grandi passi il periodo dei cenoni, mi sembra il caso di proporre il carme 13, quello in cui Catullo invita, appunto, a cena l’amico Fabullo, raccomandandogli però di… portarsela da casa.

Cenabis bene, mi Fabulle, apud me
paucis, si tibi di favent, diebus,
si tecum attuleris bonam atque magnam
cenam, non sine candida puella
et vino et sale et omnibus cachinnis.
Haec si, inquam, attuleris, venuste noster,
cenabis bene; nam tui Catulli
plenus sacculus est aranearum.
Sed contra accipies meros amores
seu quid suavius elegantiusve est:
nam unguentum dabo, quod meae puellae
donarunt Veneres Cupidinesque,
quod tu cum olfacies, deos rogabis,
totum ut te faciant, Fabulle, nasum.

Te senarè ben, Fabullo mio, da mi,
tra qualche dì, se dio voe,
se te te portarè drio na sena
bona e gaiarda, e anca na bea tosa
e vin, e pevare, e tante sganassade.
Digo, caro mio, se te te portarè drio ste robe qua,
te senarè ben, parché el to Catullo
el ga el tacuin pien de tereine.
Ma dopo te ciaparè amore s-ceto
o tuto quel che xe dolse e rafinà:
parché te darò un profumo che ala me tosa
i ghe o ga regalà Venere e Cupido,
e co te o snasarè, te pregarè i dèi,
Fabullo, che i te fassa deventar solo che naso.

(Nell’immagine: affresco raffigurante un banchetto, dalla casa dei Casti Amanti di Pompei.)

Latino mangereccio

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Ieri, alla terza ora, avevo latino nella mia prima linguistico; il programma prevede una lezione di ripasso in vista della verifica della settimana prossima. Ancora prima di entrare in classe, mi viene incontro una ragazzina chiedendomi di poter andare in bagno a riempire la bottiglietta d’acqua, dato che nelle due ore precedenti hanno avuto educazione fisica. Mi preparo dunque all’idea di avere di fronte a me una classe a corto di ossigeno e in calo di zuccheri.

Entro dunque in classe e avvio il ripasso, elencando gli argomenti presenti nella verifica e soffermandomi su quelli riguardo cui gli alunni trovano più dubbi. A un certo punto una ragazzina mi chiede di poter mangiare. Mezz’ora dopo avrebbero avuto ricreazione, e le chiedo di attendere. Mai l’avessi fatto: coro di proteste. C’è chi mi dice che ha fame ogni mezz’ora (mangiano dunque più spesso adesso di quando sono nati. Cosa peraltro non del tutto incredibile: mi è capitato ancora di avere alunni che in gita, oltre a mangiare il pranzo al sacco, si prendono ancora un paio di panini e un gelato al bar indagando anche sul sacchetto che si porta dietro il docente per vedere se riesce ad avere un po’ del contenuto), chi invece dice di non riuscire a mangiare appena alzato (questi dunque saltano la colazione e poi stramazzano alle 9 perché non ne hanno più anche quando non fanno educazione fisica), chi semplicemente poggia la testa sul banco per mostrare al mondo la propria sofferenza.

Io in ogni caso non posso farli mangiare in classe durante la lezione. La ricreazione è tra poco e aspetteranno. Il ripasso deve proseguire. Tra mille proteste chiedo ancora quale tra gli argomenti è per loro il più ostico, e mi rispondono che sono le leggi dell’accento, anche perché ci metterò un paio di esercizi a riguardo.

Inizia la spiegazione debitamente corredata di schema: “Allora. Le leggi dell’accento latino sono tre: il trisillabismo, ossia il fatto che l’accento non possa trovarsi più indietro della terzultima sillaba; la baritonesi, ossia che l’ultima sillaba non può mai essere accentata a parte alcune eccezioni; la penultima: se la penultima sillaba è lunga, porta l’accento, se invece è breve, l’accento va sulla terzultima”.

“Ma come facciamo noi a capire nell’esercizio se la sillaba è lunga o breve?”.

“Ve lo segno io direttamente sulla parola! Questo segno qui ˉ indica la sillaba lunga, questo qui ˘ indica la breve”.

(Protesta corale) “Ma come facciamo a ricordarcelo? C’è troppa roba da studiare!”.

“Allora facciamo così. La lunga, vedete com’è fatta, è un piatto, la breve è un cestino. Mettiamo che l’accento sia una pizza. La pizza nel piatto ci sta e nel cestino no. Chiaro?”.

“Chiarissimo!”.

Quando si tira in ballo il cibo capiscono prima.

Prima declinazione, saluti e nonne

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Lezione di latino, prima linguistico. Alcuni studenti sono molto interessati e motivati, altri lo sono un po’ meno, quindi per catturare l’attenzione di questi e stimolare la curiosità di quelli ogni tanto ricorro anche all’inserimento nella spiegazione di aneddoti e collegamenti linguistici e non solo: la tecnica solitamente ha successo, anche se qualche volta tocca arginare gli interventi degli alunni, che seguono la china dell’associazione libera di idee e si mettono a raccontare i fatti loro.

L’argomento della lezione sono le particolarità della prima declinazione, viste en passant e soltanto in funzione di un loro eventuale rinvenimento nei testi che i ragazzi incontreranno in questi due anni. Al momento di spiegare il motivo della presenza della desinenza –abus, scrivo sulla lavagna alcune coppie di termini come filius/filia, deus/dea, servus/serva. Alcuni alunni che hanno studiato tedesco alle medie, a questo punto, mi fanno notare che conoscono già “servus” come forma di saluto utilizzata, appunto, in ambito germanofono. Spiego dunque che la somiglianza non è casuale, e deriva appunto dal termine latino utilizzato come termine di cortesia col senso di “servo vostro”, e aggiungo che il saluto italiano “ciao” ha un’origine del tutto simile, provenendo dal veneziano “s-ciao”, ossia “schiavo”.

Vedendo l’interesse per l’ambito dialettale, proseguo in tal modo: “Qualcuno di voi che abbia una nonna veneta (specificazione necessaria, essendo più d’uno gli studenti di origine non veneta o straniera, in tutto o in parte) le ha mai sentito dirvi “s-ciao”, nel senso di “non fa niente, non importa” quando, ad esempio, avete fatto qualcosa di sbagliato ma non grave?”. Molti studenti rispondono di sì; una ragazzina irrequieta invece mi fa: “Mia nonna non mi dice mica così; lo sa invece cosa mi dice?”. “Cosa ti dice?”. “CIÀVETE!”.

Quando si dice l’aprosdoketon.

(Nota esplicativa: “ciàvete” corrisponde letteralmente a “fottiti”, e viene sì utilizzato per mandare qualcuno a quel paese, ma con meno intensità di altre espressioni, quali ad esempio quelle che contengono riferimenti all’organo femminile della madre dell’interlocutore, nel quale gli si augura di fare ritorno ponendo fine alla sua presenza nel mondo. L’espressione utilizzata dalla nonna della mia alunna, dunque, ne denota il carattere ruspante e il rapporto magari un po’ brusco con una nipote piuttosto vivace, piuttosto che la rozzezza. Sempre che la mia alunna avesse capito bene cosa intendevo.)

Catullo e Ipsitilla in versione veneta

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A volte mi viene voglia di mettermi immeritatamente sulla scia di Dino Durante traduttore di Marziale e di provare anch’io a tradurre in veneto qualche branetto latino. Mi trastullo con l’idea che forse Catullo, che stasera è la mia vittima con un carme da fine fascia protetta, non avrebbe del tutto disdegnato questo tentativo di versione, anche se lui era veronese e io sono vicentina. Ovviamente si accettano suggerimenti di qualsiasi tipo: è sempre bello poter migliorare il proprio lavoro (anche se fatto per scherzo: mi piace citare Alberto Sordi che diceva “quanno se scherza bisogna esse seri”).

Amabo, mea dulcis Ipsitilla,
meae deliciae, mei lepores,
iube ad te veniam meridiatum.
Et si iusseris, illud adiuvato,
ne quis liminis obseret tabellam,
neu tibi lubeat foras abire,
sed domi maneas paresque nobis
novem continuas fututiones.
Verum si quid ages, statim iubeto:
nam pransus iaceo et satur supinus
pertundo tunicamque palliumque.

Par piassere, cara la me Ipsitilla,
amore mio e gioia mia,
fame vegner da ti dopo mezodì.
E se te me fe vegnere, sta ben tenta
che nissuni inciave la porta
e no sta farte vegner voia de ‘ndar fora,
ma resta casa e pareciame
nove ciavade una drio l’altra.
Ma, se te voi far così, fame vegner suito:
son qua butà dopo magnà, coa pansa in su, pien come un oco
che sbuso le braghe e le mudande.

(L’immagine è una scena erotica proveniente dalla casa di Lucio Cecilio Giocondo a Pompei, conservata nel Gabinetto segreto del Museo Archeologico di Napoli.)

(Peraltro, il contatore mi dice che questo è il centesimo post: evviva!)